Dentro il recinto

Parlo con le persone quando ci sto davanti –
dovrei dire. Ma non funziona così.
Me lo dico, me lo ripeto, cerco sempre
(quasi sempre) di prepararmi a questo.
Quando ci sto davanti le parole vanno a caso,
o scivolano in disparte
e non ne vogliono sapere di darmi una mano.
Nella testa le vedo prima degli occhi:
si accalcano babeliche come pecore sporche
al cancello del recinto quando uno si avvicina.
Si ammassano e si calpestano,
hanno pupille sbieche e nere
rassegnate e piene di paura
smarrito il senso di ciò che fanno,
di ciò che faranno una volta fuori,
di ciò che dovrebbero e vorrebbero fare.

E allora sto col mio concetto frantumato,
calpestato senza una vera reazione da pecore sporche.
Non devo fare una bella impressione.
Alla fine non parliamo di niente. Accettiamo con noia
la delusione, la solita.
Nemmeno immaginare di tenere in bocca
un pochino il suo pene, tiepido e floscio,
o in battuta di lingua le labbra della sua vagina
aspra e un po’ fredda, mi aiuta a capire;
se non un breve sofisticato brivido
a restituirmi chi ho di fronte, sentire
di cosa abbiamo voluto parlare, di cosa abbiamo
parlato effettivamente, cosa di me avrà voluto,
se mai ci rivedremo, se saremo dimenticati.

Igor De Marchi (Vittorio Veneto, 1971), inedito.


Càmion

El càmion iera grando
bel come un treno
bel dei odori de nafta
grando
come un monte che ‘ndava dapertuto
co voleva mio pare
el ‘ndava oltra i monti el mar
e la marina
oltra la vita
mi sognavo
che ‘l me vegniva incontro
traverso la polvere scura de la note
co’ fari spalancai
giusto a salvarme.

 

Claudio Grisancich (Trieste, 1939), da Crature del pianzer crature del rider (Trieste 1989.)

 

Camion

Il camion era grande
bello come un treno
bello degli odori di nafta
grande
come un monte che andava
dappertutto
quando voleva mio padre
andava oltre i monti e il mare
e la marina
oltre la vita
io sognavo
che mi veniva incontro
attraverso la polvere scura
della notte
coi fari spalancati
giusto per salvarmi.