(prima)

In principio il giorno ha la memoria di una farfalla
è l’ostaggio dell’oscurità che muore. Due fiocchi
di viola nel cielo, era un tempo vuoto e gemello
di una clessidra che sa
d’essere due lacrime dallo stesso occhio
che si baciano, due gocce
che non sanno di vivere nella stessa pioggia,
né di trattenere tanta polvere, che soffierà.

Mario De Santis (Roma, 1964), da La polvere nell’acqua (Crocetti, 2012)

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La gente, è faticoso

È un lavoro, ti guarda dritto negli occhi e tu non puoi distrarti, sennò ti dice: a che pensi o non mi ascoltavi o altre note di biasimo. La gente mangia mentre ti parla e tu invece sei ancora lì che cincischi col menu, non hai scelto, la gente sono a fine pranzo e tu sei lì imbambolato che decidi tra un primo e la cotoletta panata. La gente si mette il cappotto e paga le bollette aprendo il portafoglio mentre parla al telefono, guida e scrive una mail, apre l’ombrello e si soffia il naso, guarda la tivù legge i libri scarica la lavastoviglie la gente è multitasking totale. La gente riesce a correre nei posti senza sudare senza fargli male le scarpe o rallentare se passano le macchine che quando mai sulle strisce non ti possono inv… ma non guardi, quando attraversi? Sì, ma le stris… la gente è utile agli altri, le agende, gli appuntamenti, la cena, il vernissage, il calcetto, pilates, le merende dei figli, lo scambio di coppia, la gente è pieno di gente, è faticoso.

Policastro Gilda (Salerno), da Esercizi di vita pratica (Prufrock spa, 2017)


Ero divenuto ormai l’incarnazione

Ero divenuto ormai l’incarnazione
di ciò che perdiamo, in me si raccoglieva
tutto ciò che a poco a poco viene radiato
non prendevo più nota del giorno e dell’ora
mi assentavo
dall’antico fenomeno del mondo.

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Incontri e Agguati (Mondadori, 2015)


La brevità va riguardata

La brevità va riguardata
come la cerva vede
una costa innevata di montagna
da questo crinale esercita
alla morte, dall’altro
inosservata, salta.

Bre Silvia (Bergamo, 1953), da La fine di quest’arte (Einaudi, 2015)


Sabbia

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
rimango a lungo sdraiato nel buio
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
ombra e riflessi, farfalle silenziose.
Stanotte parlavi nel sonno,
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
che tu sola vedevi, lontano splendente.
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
Tu hai chiesto
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
o roccia nera.
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
forse ci siamo tuffati.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Corpo Stellare (Marcos y Marcos, 2010)


In alto fino al sonno

Sembrerà strano, ma i gradini hanno
la straordinaria capacità di attrarre
il vero – il suo sapore arriva in bocca
sempre a metà scala, la sera
soprattutto, ritornando a casa,
quando salendo viene meno il fiato.
Sì, ma perché la gravità del fiato
dava ai pensieri quel concertato serio
sospeso sopra i margini del vero?

Forse perché, quando si sale, il sangue,
rimasto in basso a soccorrere le gambe,
lascia deserte le coscienziose altezze
delle mente, che anemizzate e lasche
si trasognano, dimenticano
di stare a sentinella di quel sonno
dove di sghembo sta accartocciato il vero,
che ora, distratto, si stende nel risveglio
e si apre tutto in semplice evidenza
– puro sapore la cui semplicità
stupisce, e ferma i passi e fa più grave
il fiato; e il suo corpo intero, imbarazzato
del suo peso, diventa alato sguardo
in cerca di una forma che trattenga
quell’evidenza, fino a ingolfarsi
in una macchia scura sul gradino
trovando in quella il suo unico traguardo.

E così entravo grave ma sospesa
dentro il mio stesso cuore, quella macchia
era la mappa in ombra del mio cuore
che io dovevo leggere e indagare,
che mi chiedeva, pur senza che io capissi,
di restare, che io restassi lì a guardarla,
restassi lì, dentro l’intimità
di quel sapore, dentro quell’ombra, arresa,
finché il mio nuovo fiato
non mi portasse via
su in alto fino al sonno.

Patrizia Cavalli (Todi, 1949), da Datura (Einaudi, 2013)


Storie dell’armadillo, 2

Addosso la corazza e l’elmo in testa: così va
con la sua vista scarsa e le sue carni
deliziose e protette. Va perché va,
perché bisogna andare, perché il mondo
è grande, il tempo breve. Poi il profumo
di certi fiori, davvero delizioso.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Corpo Stellare (Marcos y Marcos, 2010)