L’ignorant / antologia, Philippe Jaccottet
Pubblicato: 17 settembre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Philippe Jaccottet Lascia un commentoPlus je vieillis et plus je croîs en ignorance,
plus j’ai vécu, moins je possède et moins je règne.
Tout ce que j’ai, c’est un espace tour à tour
Enneigé ou brillant, mais jamais habité.
Où est le donateur, le guide, le gardien?
Je me tiens dans ma chambre et d’abord je me tais
(le silence entre en serviteur mettre un peu d’ordre),
et j’attends qu’un à un les mensonges s’écartent:
que reste-t-il? que reste-t-il à ce mourant
qui l’empêche si bien de mourir ? Quelle force
le fait encore parler entre ses quatre murs?
Pourrais-je le savoir, moi l’ignare et l’inquiet?
Mais j’entends vraiment qui parle, et sa parole
pénètre avec le jour, encore que bien vague :
«Comme le feu, l’amour n’établit sa clarté
que sur la faute et la beauté des bois en cendres… »
Philippe Jacccottet (Moudon, 1925), L’Ignorant (Gallimard, 1958; traduzione italiana: Philippe P.Jaccottet, Il Barbagianni. L’Ignorante, con un saggio di Jean Starobinski, a c. di Fabio Pusterla, Einaudi, 1992)
L’ignorante
Più invecchio e più io cresco in ignoranza,
meno possiedo e regno più ho vissuto.
Quello che ho è uno spazio volta a volta
innevato o lucente, mai abitato. E il donatore
dov’è, la guida od il guardiano? Io rimango
nella mia stanza, e taccio (entra il silenzio
come un servo che venga a riordinare),
e attendo che a una a una le menzogne
scompaiano : cosa resta? Cosa rimane a questo moribondo
che gli impedisce ancora di morire? Quale forza
lo fa ancora parlare tra i suoi muri?
Potrei saperlo, io, l’ignaro e l’inquieto? Ma la sento
parlare veramente, e ciò che dice
penetra con il giorno, anche se è vago:
«Come il fuoco, l’amore splende solo
sulla mancanza, e sopra la beltà dei boschi in cenere…»
La poesia è tratta dall’omonima raccolta, ed è subito diventata proverbiale, come se nei suoi versi l’autore, ancora giovane, riuscisse a delineare un’immagine netta di sé e della propria scrittura poetica. In effetti, nel corso della modernità europea, e in particolare francese, l’immagine del poeta era spesso stata accostata a significati illustri e veementi; e forse quella più celebre, che risale a Rimbaud, è quella del voyant (cioè il « veggente »), che sa per vie misteriose prevedere il corso degli avvenimenti e illuminare la realtà di una luce inedita e sconvolgente. La parola ignorant fa rima, quasi ironicamente, con voyant, ma sembra indicare l’esatto opposto: il poeta registra ora lo smarrimento, la solitudine di un mondo da cui le grandi voci si sono allontanate, l’assenza delle guide, dei guardiani, l’inquietudine. E tuttavia, benché possa a prima vista sembra un paradosso, proprio dalla mancanza, dalla rovina nasce una nuova energia, quella della bellezza selvaggia e dell’amore che resiste.
(Fabio Pusterla)
Portovenere / antologia, Philippe Jaccottet
Pubblicato: 16 settembre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Philippe Jaccottet 1 CommentoLa mer est de nouveau obscure. Tu comprends,
c’est la dernière nuit.Mais qui vais-je appelant ?
Hors l’écho, je ne parle à personne, à personne.
Où s’écroulent les rocs, la mer est noire, et tonne
dans sa cloche de pluie. Une chauve-souris
cogne aux barreaux de l’air d’un vol comme surpris,
tous ces jours sont perdus, déchirés par ses ailes
noires, la majesté de ces eaux trop fidèles
me laisse froid, puisque je ne parle toujours
ni à toi, ni à rien. Qu’ils sombrent, ces « beaux jours »!
Je pars, je continue à vieillir, peu m’importe,
sur qui s’en va la mer saura claquer la porte.
Philippe Jaccottet (Moudon, 1925), da L’Effraie (Gallimard, 1953) – Traduzione italiana: P. Jaccottet, Il Barbagianni. L’Ignorant (con un saggio di Jean Starobinski, a c. di Fabio Pusterla, Einaudi, 1992)
Portovenere
Di nuovo cupo il mare. Tu capisci,
è l’ultima notte. Ma chi chiamo ? A nessuno
parlo, all’infuori dell’eco, a nessuno.
Dove strapiomba la roccia il mare è nero, e rimbomba
in una campana di pioggia. Un pipistrello
urta come stupito sbarre d’aria,
e tutti questi giorni sono persi, lacerati
dalle sue ali nere, a questa gloria
d’acque fedeli resto indifferente,
se ancora non parlo né a te né a niente. Svaniscano
questi « bei giorni »! Parto, invecchio, che importa,
il mare dietro a chi va sbatte la porta.
Questa è, a mio avviso, una delle poesie più belle e più intense di Philippe Jaccottet ; e anche uno dei tentativi di traduzione che mi sembrano meno insoddisfacenti. La situazione è topica : l’io deve affrontare la fine di qualcosa, un abbandono, la conclusione probabilmente di una storia d’amore, e il tu che appare quasi disperatamente verso la fine è già solo un ricordo, il segno di un dialogo ormai impossibile, l’oggetto di un rimpianto senza soluzioni. Ma questa condizione esistenziale, nota a molti di noi, è potenziata dallo scenario particolare, già annunciato dal titolo : siamo in un luogo di grande e per così dire ufficiale bellezza, Portovenere, dove i grandi poeti inglesi dell’Ottocento come Byron amavano soggiornare; e questa bellezza imponente e marmorea, proprio come il mare in tempesta e la violenza degli elementi, si rendono ora per l’io ancora più insopportabili nella loro indifferenza. Rendono più netto e più vivo il dolore individuale. Tutto questo, che riguarda fin qui l’argomento e le immagini, si può ritrovare nella trama di suoni e di ritmi che attreversa la poesia, che va prima di tutto ascoltata come una musica cupa. Una curiosità conferisce infine al testo una profondità particolare : il pipistrello che si agita frenetico ha cominciato a volare circa un secolo prima, in uno degli Spleen di Charles Baudelaire, compresi nelle Fleurs du mal.
E quel distico finale: che forza !
(Fabio Pusterla)



