Einer Gepardin im Moskauer Zoo

So teure Pelze sieht man sonst nur auf den Schultern
Der Gangsterbräute vorm Casino. So geschmeidig
Schleicht auf dem Laufsteg nur die androgyne Jugend,
Die Augen funkelnd unterm Blitzlicht. Eine schlanke Katze,
Wie Pisanello sie gemalt hat, mit entzücktem Pinsel
(Das Fell getüpfelt, grannenhaft, ein Goldnes Vlies)
Federt sie schweifend auf und ab. Das Rückgrat
Dosiert die leiseste Bewegung.
Millimeter
Vorm Grabenrand den Schwung der Pfoten umzulenken
Geht ohne Hinsehn ab. Dort wird dem Ohr,
Der feinen Nase nichts geboten außer Lärm und Schweiß,
Jenseits des Drahtzauns, wo sich diese Affen tummeln
Mit ihren Kinderwagen zur Besuchszeit. Hechelnd
Verwandelt sie die schlechte Luft der Großstadt
In ein entferntes Air… die weißen Schleifen
Im Haar der Mädchen in Gazellenfleisch. Faustgroß,
Ihr schmaler Kopf hält wachsam noch die Stellung,
Wenn sie im Flimmern vor den Toren Moskaus Zebras sieht.
Dann gähnt sie lange, die Gefangne des Zements.

A una femmina di ghepardo allo zoo di Mosca

Pellicce così care si vedono solo addosso
alle donne dei gangster davanti al casinò. Così flessuosa
incede sulla passerella solo la gioventù androgina,
gli occhi sfavillanti sotto i riflettori. Felino snello –
come lo fece Pisanello con mano estasiata (il pelo
macchiettato, a resste come cime di spighe, un vello d’oro),
soffice va su e giù, molleggiato.
Il dorso dosa il minimo moto.
A un millimetro
dall’orlo del fossato frena lo slancio delle zampe,
fa dietro front senza uno sguardo. Al suo orecchio,
al suo naso fino, da dietro la rete metallica non viene
che sudore e frastuono – da queste scimmie
che nelle ore di apertura s’affollano coi figli nelle carrozzine.
Ansando trasfigura l’aria cattiva della metropoli
in lontananze ariose, i nastri bianchi nei capelli delle bambine
in carne di gazzella. Grande come un pugno,
la leggiadra testa sta attenta, tiene la posizione
quasi in quelle luci alle porte di Mosca balenasse una zebra.
Poi sbadiglia, a lungo, la prigioniera del cemento.

Durs Grünbein (Dresda, 1962), da A metà partita (Einaudi, 1999)

 


Nicolò (#1)

Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. Ad un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.

Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti.

Jacopo Ramonda (Savigliano, 1983), da Omonimia (Interlinea, 2018)