Francesca Serragnoli consiglia Daniele Mencarelli

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
Loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore,
lì c’era solo un bambino che giocava.

Daniele Mencarelli (Roma, 1974), da Bambino Gesù (Nottetempo, 2010)

Questa poesia per me è quello che è in questo momento che l’ho riletta. Un foglio di carta e parole che vanno a capo? Cosa c’è di vivo in questo? Non rivive in me come uno spirito che si appropria del mio corpo. Neppure io aggiusto la poesia per riscontrarne l’esperienza nella mia vita. Mi sto arrampicando sui vetri. Non c’è cartina al tornasole che misuri ciò che avviene nel lettore (il testo è immutabile). Che avvenga qualcosa è un fatto. Il problema è suscitare invidia in chi non sente niente. Ascoltiamo intanto il ritmo: gli accenti che battono il ritmo di una quasi filastrocca. L’apparente semplicità della sintassi s’intreccia con la gravità di alcune parole (mi riferisco ai “buchi”, al panorama carsico che si distende quasi infinito che ha in sé una similitudine solo suggerita: le doline, i buchi neri). Invece di cerchiare (mettere sul podio) i momenti più profondi del testo, il verso continua, come se niente fosse. Perché così è stato per il poeta. E noi ci siamo voltati con lui alla fine, nella memoria, e abbiamo visto, nuovamente. Scrivere di qualcuno o qualcosa è amare (specularmente odiare). Non dico niente su quel lavare, sul lucido del pavimento, sui buchi, sugli occhi opachi della suora, sull’oltre, sulla fermezza marmorea di “lì c’era solo un bambino che giocava”. Solo aggiungo: in questo testo la gioia e il dolore fanno scintille, cioè illuminano (anche i buchi neri). (Francesca Serragnoli)


Giovanni Turra consiglia Luciano Cecchinel

Paese

Paese rùspego de burigòt,
de onbrìa umida e petadiza,
ingatedamènt cròt
đe pòrteghi e cortivi
fin a tariói alti stusadi,
ndove che mi vae a scur,
rùmola de la piera,
ndove che fraze,
zinìs-cio de calzina,
ndove che vae in zerca strac de udor vèci,
scròc, susuri, lumin…
pèrs in ti, no pose, no vui scanpar,
inprésteme ‘n ciaro, an ciaro sol
te sto scur tendro e fis,
sol lèđer al me nàser
te la to mort,
al me morir tel to ultimo vìver,
te la luna smarida đe le piere,
paese meo s-cèt de masiere.
Luciano Cecchinel (Revine-Lago, 1947), da Al tràgol jért (Scheiwiller 1999)

Paese. Paese scabro di vicoli diroccati, / di ombra umida e attaccaticcia, / groviglio malato / di portici e cortili / fino a piccoli altari alti spenti, / dove io vado al buio, / talpa della pietra, / dove rovisto, / muschio di calcina, / dove vado alla ricerca stanco di odori vecchi, / crocchi, sussurri, lumini… / perso in te, non posso, non voglio fuggire, / prestami una luce, una luce solo / in questa oscurità tenera e fitta, / solo leggere il mio nascere / nella tua morte, / il mio morire nel tuo ultimo vivere, / nella luna sbiadita delle pietre, / paese schietto di macerie.

Nel descrivere i luoghi intorno a sé, nello spazio del suo orizzonte visibile e vivibile, Luciano Cecchinel ragiona sul senso del proprio essere lì e non altrove. E tuttavia, pur avvertendo il proprio ambiente con forza appassionata, quale forma d’identità cui non poter rinunciare senza essere cancellato dal piano della storia, vi sperimenta fin da giovanissimo una devastante impossibilità di certezze. È questa la posizione fondamentale occupata dal poeta e costantemente ripetuta nella sua opera, in dialetto e in lingua: l’orrore di camminare su un suolo cavo e pieno di agguati, il continuo avvertimento d’una regione dell’essere tanto più nascosta quanto più prossima a noi. Nel testo che segue, tratto da Al tràgol jért (Milano, Scheiwiller 1999), la sua raccolta d’esordio, Cecchinel sfrutta le potenzialità fonico-ritmiche della parlata di Revine-Lago, mai tentate prima, affidandosi alla capacità generativa di quei suoni: l’uso insistito dei monosillabi e delle tronche in consonante, speculari alla natura scheggiosa dei suoi materiali, rende al meglio l’angosciosa difficoltà dell’esistere e del dirsi. (Giovanni Turra)