Giovanna Frene consiglia Marco Giovenale

Le feritoie (duomo, Alba) loro
segnano: mattina.
Agli stalli (al coro) sono
gli intarsi arancio
e di piazze vuote e di fontane; rive e frutta
sono altre
meridiane – mute. Donne
dominate dai
grani che falciano
loro

 

 
Marco Giovenale (Roma, 1969), da Delvaux (Oèdipus 2013)

All’interno della raccolta Delvaux – pubblicata da Marco Giovenale sapendo di avere la testa già fuori del Novecento, e dunque intenzionalmente “come in una data forma” novecentesca, quella stilisticamente propria del poeta – spiccano una serie di poesie incentrate sull’emblema, rappresentazione che di per sé reduplica quello che è la caratteristica maggiore del poeta: la descrizione. La modalità assertiva di questo testo, che appartiene più alla percezione che non all’espressione di ciò che si vede (ne siano esempio per tutto il testo i versi 1-2, che in una successione di giustapposizioni indicano luogo, edificio, parti dell’edificio – queste ultime non a caso reduplicate nel pronome “loro” –, ora del giorno – anche qui reduplicata come meridiana e come cronologia), si arricchisce appunto della valenza dell’emblematicità: il corpo della cattedrale è esso stesso oggetto ed emblema, ossia viene descritto e contiene descrizioni, come gli intarsi del coro rappresentanti piazze e fontane di un altro tempo ormai muto, o come le figurine delle donne oranti, al suo interno, dominate in circolo da ciò che esse stesse scongiurano (la morte), ma allo stesso tempo statici emblemi di antichi lavori nelle vetrate medievali. (Giovanna Frene)


Dina Basso consiglia Edoardo Zuccato

La lüs da bon cumand l’è un gran pitur
e la fa gió ritratt par tücc
a dumandàgh in daa manera giüsta
da lassà chì un retàngul da ricord.

Ma ti la machina vérdala no
’me i urévas i cassett di bisgiù;
pütòst pensa ai lastron da prea liscia
temé i lastar di foto che i geolugi
tiran föra ien da fossil, i pess
ca pâr di frasch ei frasch di pess,
e tütti insema hinn diventâ di sass
sü chì futugrafij c’ha faj ul scür.

Oh busch, oh mar di mort, mai mort dal tütt,
se i piant da prima hinn diventâ da sass
e sass e tera hinn diventâ di piant,
l’è ’l ciel ca l’è sen’ drê futugrafà
ul mar o ’l mar ca ’l futografa ’l ciel
temé ’l nagótt l’è ’l negativ dul mond
e dul nagótt ul negativ l’è Diu?

Edoardo Zuccato (Cassano Magnago, 1963),  da I bosch di Celti – Il bosco celtico (Sartorio edizioni, 2008)

La luce generosa è un gran pittore / e fa il ritratto a tutti / se lo si chiede nel modo giusto / di lasciarci un rettangolo di ricordi. // Ma tu non aprire la macchina fotografica / come gli orefici gli scrigni dei gioielli; / piuttosto pensa ai lastroni di pietra liscia / come lastre fotografiche che i geologi / estraggono piene di fossili, i pesci / che sembrano foglie o le foglie che sembrano pesci, / tutti quanti pietrificati / su quelle fotografie fatte dal buio. // Oh bosco, oh mare dei morti, mai morti del tutto, / se le piante di prima diventarono pietra / e pietra e terra diventarono piante, / è il cielo che non smette mai di fotografare / il mare o il mare che fotografa il cielo / come il nulla è il negativo del mondo / e del nulla il negativo è Dio?

Edoardo Zuccato è un poeta che scrive in dialetto altomilanese; propongo di leggerlo perché, a mio parere, è un dei pochi che riesce a dire tutto col dialetto: il reale, l’astratto, l’irreale e l’invisibile, sempre scrivendo testi composti, compiuti. Non è una cosa semplice, perché il dialetto, seppure possa dar voce ad ogni aspetto della vita, nasce inevitabilmente dalla concretezza, ed è facile che si resti imbrigliati in una poetica del “quotidiano forzato”. La poesia che ho scelto inanella interrogativi enormi e quasi indicibili, ma parte dalla certezza che il legame tra morte e vita accomuni tutti gli esseri. Non sappiamo se questo destino collettivo possa dirsi illuminato dal nulla o dalla luce di Dio; ma possiamo continuare a interrogarci in merito, provare a scrivere belle poesie. (Dina Basso)