Non si libera dagli aghi, se ne veste

Non si libera dagli aghi, se ne veste.
Vive nell’ultima stanza – ogni volta
sta varando il vascello con lo sguardo
nella fontana fuori, dove la potrebbero
condurre ma non vuole, dai sette anni
mentali e non mentali non si strecciano
il colore cenere – la testa, gli occhi.

Non possono trovarla assiderata.
Piuttosto contare sul balcone, che sarebbe
il margine alfa della storia, da dove
la contesta e può ascoltarla; due
fibbie alle scarpe slacciate, rientra
sempre e cammina sempre scalza contro
la parete. Lì sta bene. Lì – dice alla fine
della casa – mi riconoscerete.

Chi manca è più nitido,
si prende la ragione

Marco Giovenale (Roma, 1969), da Shelter (Donzelli, 2010)


(altra ↔ foto-)

Non rappresentato, svuota
le scale di pietra dai viticci di corda,
le scale dove era salito
piccolo, e per pensare ci passeggia –
modulate bene, dei paragoni, e rimane
con la sedia vuota, il vimini o il cedro
dove il padre aveva pressato il tabacco
e i figli il punto di fuoco più povero
e i generati ai loro turni nella fabbrica,
i cuccioli allenati, a divorare
sé – altro.

Manca il gas da quattro anni,
le chiocciole scendono al frusto
dell’intonaco, le scoppature
fatte viola nello sviluppo cyba.

Non tornate indetro: dal vetro
dell’abbaino, il giorno ha smesso.
Perdereste il tempo, senza interruttore.

Rovesciato il baule lì dei morsi
pezzi di giocattoli, non è rimasta cosa
se non, incollate ai muri a secco, ombre –
quando non guardi si spostano

Marco Giovenale (Roma, 1969), da Shelter (Donzelli, 2010)


Giovanna Frene consiglia Marco Giovenale

Le feritoie (duomo, Alba) loro
segnano: mattina.
Agli stalli (al coro) sono
gli intarsi arancio
e di piazze vuote e di fontane; rive e frutta
sono altre
meridiane – mute. Donne
dominate dai
grani che falciano
loro

 

 
Marco Giovenale (Roma, 1969), da Delvaux (Oèdipus 2013)

All’interno della raccolta Delvaux – pubblicata da Marco Giovenale sapendo di avere la testa già fuori del Novecento, e dunque intenzionalmente “come in una data forma” novecentesca, quella stilisticamente propria del poeta – spiccano una serie di poesie incentrate sull’emblema, rappresentazione che di per sé reduplica quello che è la caratteristica maggiore del poeta: la descrizione. La modalità assertiva di questo testo, che appartiene più alla percezione che non all’espressione di ciò che si vede (ne siano esempio per tutto il testo i versi 1-2, che in una successione di giustapposizioni indicano luogo, edificio, parti dell’edificio – queste ultime non a caso reduplicate nel pronome “loro” –, ora del giorno – anche qui reduplicata come meridiana e come cronologia), si arricchisce appunto della valenza dell’emblematicità: il corpo della cattedrale è esso stesso oggetto ed emblema, ossia viene descritto e contiene descrizioni, come gli intarsi del coro rappresentanti piazze e fontane di un altro tempo ormai muto, o come le figurine delle donne oranti, al suo interno, dominate in circolo da ciò che esse stesse scongiurano (la morte), ma allo stesso tempo statici emblemi di antichi lavori nelle vetrate medievali. (Giovanna Frene)