Inesorabile

Tanto abbiamo imparato
a sterzare col telefonino all’orecchio, già
prima lo facevamo col giornale
sul volante, e poi so
vedere i cartoni vuoti delle pizze in pila
da una finestra in ribalta,
come ti aspettano all’inizio
di una strada, lazzaretto di animali, e forse
ti chiederò un favore: ricorda il secchio del sole, i buchi neri
di briciole d’asfalto, anche
gli stranieri in raccolta
del radicchio coi cassoni, i sorrisi delle cinesi
così lontani dai loro uomini seri
quando fumano la cicca
a mezzogiorno, fuori da una sartoria
sempre aperta,
ricorda questo quando
dal fondo un siero di petrolio
sale verso il celeste e i corpi starnazzano
uguali ai capitelli e alle carcasse.

 

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), inedito


Presa di forza

Se ascolto il sibilo
a vuoto di un banco sega
in un sabato pomeriggio qualsiasi
va a finire che poi aspetto
soltanto il taglio del tronco successivo,
lo schizzo di segatura
o che mi metto a girare col cardano.

Posso anche pensare in dirittura
che tutti noi ci perdiamo di vista così,
come al mattino al banco affettati, quando si
voltano di colpo e ti cercano
cogli occhi un attimo invano dove sei finito
per domandare – e dopo,
e confermare il giusto peso con un dito. ​

 

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), inedito