Su me stesso

Sono il re senza corona degli insonni
che ancora sfida i suoi spettri con la spada,
studioso dei soffitti e delle porte chiuse
che scommette che due più due non sempre fa quattro.

Un vecchio bonaccione che suona la fisarmonica
mentre fa il turno di notte all’obitorio.
Una mosca fuggita dalla testa di un matto,
che si riposa su una parete vicino a quella testa.

Discendente di preti e fabbri del villaggio,
riluttante assistente di scena di due
rinomati e invisibili maestri illusionisti,
uno chiamato Dio, l’altro Diavolo, presumendo è ovvio,
che io sia la persona che dico di essere.

Charles Simic (Belgrado, 1938), da The lunatic (Elliot, 2017)

– consigliato da Tiziano Broggiato

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Stone

Go inside a stone
That would be my way.
Let somebody else become a dove
Or gnash with a tiger’s tooth.
I am happy to be a stone.
From the outside the stone is a riddle:
No one knows how to answer it.
Yet within, it must be cool and quiet
Even though a cow steps on it full weight,
Even though a child throws it in a river,
The stone sinks, slow, unperturbed
To the river bottom
Where the fishes come to knock on it
And listen.
I have seen sparks fly out
When two stones are rubbed.
So perhaps it is not dark inside after all;
Perhaps there is a moon shining
From somewhere, as though behind a hill—
Just enough light to make out
The strange writings, the star charts
On the inner walls.

Charles Simic (Belgrado, 1938), da Selected Early poems (Mondadori, 1985)

– consigliato da Corrado Benigni

Càlati in un sasso,
io farei così.
Lascia che altri si facciano colomba
o digrignino i denti come tigri.
Mi basta essere un sasso.
All’esterno è un enigma:
nessuno sa come rispondere.
Ma fresco e quiete dev’esserci all’interno.
Anche se una mucca lo calca col suo peso,
anche se un bambino lo getta dentro un fiume;
il sasso affonda, lento, imperturbato,
fino al fondo
dove i pesci bussano alla sua soglia
e vengono a origliare.
Ho visto scintille schizzar via
quando due sassi sono strofinati,
forse là dentro non fa così buio;
forse c’è una luna che brilla
da chissà dove, spuntando magari dietro un colle –
un chiarore appena sufficiente a decifrare
quelle strane scritte, mappe stellari
sui muri interiori.


Le mie scarpe

Scarpe, faccia segreta della vita interiore:
due bocche senza denti, spalancate,
due pelli d’animale in parte decomposte,
fetide come un nido di topi.

Un fratello e una sorella nati morti
in voi continuano a esistere,
guidano la mia vita
verso la loro incomprensibile innocenza.

A che mai servono i libri
quando in voi si può leggere
il Vangelo della mia vita sulla terra
e oltre ancora, delle cose a venire?

Voglio rivelare la religione
che ho ideato per la vostra perfetta umiltà
e la bizzarra chiesa che ora erigo
dove voi siete l’altare.

Ascetiche e materne, perdurate:
parenti di bovini, santi, condannati,
con la vostra pazienza silenziosa siete
la sola vera cosa che a me somiglia.

Charles Simic (Belgrado, 1938) da Hotel Insonnia (Adelphi, 2002)

Shoes, secret face of my inner life:
Two gaping toothless mouths,
Twopartly decomposed animal skins
Smelling of mince-nests

My brother and sister who died at birth
Continuing their existence in you,
Guiding my life
Toward their incomprehensible innocence.

What use are books to me
When in you it is possible to read
The Gospel of my life on earth
And still beyond, of things to come?

I want to proclaim the religion
I have devised for your perfect humility
And the strange church I am building
With you as the altar.

Ascetic and maternal, you endure:
Kin to oxen, to Saints, to condemned men,
With your mute patience, forming
The only true likeness of myself.