Mare nostro

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo,
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca
dei naufraghi salvati.
Mare nostro che non sei nei cieli,
all’alba sei colore del frumento,
al tramonto dell’uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Tu sei più giusto della terraferma,
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le vite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio e bacio in fronte
di madre e padre prima di partire.

Erri De Luca


Francesco Tomada consiglia “Fiumi di guerra” di Erri De Luca

Alle fontane i vecchi
le donne con i secchi lungo il fiume
e l’aria fischiettava di proiettili e schegge,
la banda musicale degli assedi, insieme alle sirene.
Danubio, Sava, Drina, Neretva, Miljacka, Bosna,
ultimi fiumi aggiunti alle guerre del millenovecento,
gli eserciti azzannavano le rive, sgarrettavano i ponti,
luci della città, Chaplin, le luci di quelle città
erano tutte spente.
L’Europa intorno prosperava illesa.
Altre madri in ginocchio attingono alle rive,
dopo che il Volga fermò a Stalingrado la sesta armata di von Paulus
e la respinse indietro e l’inseguì fino all’ultimo ponte sulla Sprea,
affogando Berlino.
Acque d’Europa specchiano ancora incendi.
La Vistola al disgelo illuminata dalle fiamme del ghetto:
non poteva bastare al novecento.
L’acqua in Europa torna a costare l’equivalente in sangue.

 

Erri De Luca (Napoli, 1950), da Opera sull’acqua e altre poesie (Einaudi, 2002)

 

Ho scelto questa poesia perché diffido della poesia civile. Ma a volte, solo a volte, si compie un piccolo-grande miracolo: che qualcuno riesca ad essere diretto e politico partendo da lontano, evocando senza predicare. E’ il caso di “Fiumi di guerra”, scritta da Erri De Luca in riferimento alla guerra di Bosnia. Ma la città-simbolo di quel conflitto, Sarajevo, non viene nemmeno nominata, piuttosto le viene stretto attorno un cerchio, come a definirla per sottrazione, ed è un cerchio nella geografia e nella storia, perché Erri De Luca parte da lontano, dalle tragedie delle guerre mondiali, allargando l’orizzonte ad un respiro epico che risalta ancora di più dal contrasto con la lingua utilizzata, che è quasi colloquiale. Per poi, alla fine, tornare tragicamente nel presente: l’indifferenza dell’Europa, l’immagine assurda e durissima dell’acqua che non si muta in vino, come la tradizione ci suggerisce, ma in sangue.

 Francesco Tomada


Proposta di modifica

C’è il verbo snaturare, ci dev’essere pure innaturare,
con cui sostituisco il verbo innamorare
perchè succede questo: che risento il corpo,
mi commuove una musica, passa corrente sotto i
polpastrelli,
un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,
in fondo all’osso sacro scodinzola una coda che s’è
persa.
Mi sono innaturato: è più leale.
M’innaturo di te quando t’abbraccio.

Erri De Luca (Napoli, 1950), da L’ospite incallito (Einaudi, 2008)