Visita notturna / antologia, Fabio Pusterla

Stai sognando
cratassi, tirabraccia, il drago soffia-naso.
Chissà cosa sognava Anna Brichtova, che stanotte
viene a trovarci con il suo mosaico
di carte colorate: la sua casa
col tetto rosso, gli alberi
nel prato verde, il cielo: e fuori un lager.
Questo è il vero regalo
che ho portato da Praga senza dirtelo.
Era con me sul treno, la mattina
che ho creduto di vivere all’inferno: Stoccarda,
o giù di lì, dentro un ronzare
di gente che lavora a non sa cosa
o per chi, ma lavora, preme tasti,
invia messaggi a ignoti dentro l’aria.
Solo occhi e dita, solo
un giorno dopo l’altro, smisurato
trascorrere di un tempo che non varia, che appartiene
per sempre ad altri,
ad altro che a sé stessi, e la paura, l’odio
del paria contro il paria, questa rissa
d’anime perse, nuovi schiavi. Il Grande
Bevitore di Birra, la Donna Occhi nel Vuoto,
Mazinga, i miei compagni di viaggio.
Chissà come sognava Anna Brichtova,
a cosa sogni tu, e come vedete
il mondo voi bambini. Lo troverete,
fra i vostri giochi, il gioco che ci salvi?

Noi tutti lo speriamo
guardandovi dormire.

 

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Le cose senza storia (Marcos y Marcos, 1994)

 

L’attenzione alla realtà sommersa e senza storia (che si traduce anche in vere e proprie poesie “civili”, dal chiaro riferimento alla politica presente) produce anche un movimento verticale nello sguardo dell’io, quando si rivolge dentro di sé, a ricercare un’origine che travalichi la storia nell’infanzia e nella geologia. È forse Jaccottet, uno dei poeti tradotti e amati da Pusterla, ad averlo rivelato nel modo più efficace: ogni cosa attraverso la sua voce ferma, sobria, mirabilmente dotta, è sempre insieme quotidiana, vicina, vera e vasta, reale e nondimeno misteriosa. C’è dunque una tensione che trascende le cose e, concentrandosi sulle figure umane, soprattutto i bambini, ed animali (per esempio mediante lo sguardo verso gli uccelli, indifferenti alle miserie umane, c’è la percezione di essere sommersi dal presente eppure pensarli in volo, questo aiuta), vuole ancora interrogarsi sulla possibilità di uno sguardo positivo sul reale.  

Roberto Cescon

 

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Le parentesi / antologia, Fabio Pusterla

L’erosione
cancellerà le Alpi, prima scavando valli,
poi ripidi burroni, vuoti insanabili
che preludono al crollo. Lo scricchiolio
sarà il segnale di fuga: questo il verdetto.
Rimarranno le pozze, i montaruzzi casuali,
le pause di riposo, i sassi rotolanti,
le caverne e le piane paludose.
Nel mondo Nuovo rimarranno, cadute
principali e alberi sintattici, sperse
certezze e affermazioni,
le parentesi, gli incisi e le interiezioni:
le palafitte del domani.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Concessione all’inverno (Marcos y Marcos, 1985)

Nella prima raccolta dell’autore, Concessione all’inverno (1985), il soggetto di fronte al male della storia è spaesato, risentito (una ragione di questa rabbia è il trauma della guerra – il padre deportato in Germania dopo la ritirata di Russia – che continua ad essere vissuto nel pensiero in tempo di pace), disincantato di fronte all’insensatezza della realtà, con atteggiamento anche sarcastico. È la rabbia inespressa e covata che genera la nevrastenia con deviazioni espressionistiche dello sguardo e dello stile, come l’enumerazione, le parentesi (segno di una percezione alineare), la lingua oggettuale e antilirica, capace cioè di farsi prosastica e di mimetizzarsi con la realtà (in chiave parodica – si veda il contrasto tra lessico concreto e astratto, tra le marche dei prodotti e i tecnicismi geologici – e critica), l’assenza di rime, le inarcature che creano effetti di disordine.
Lo sguardo si sofferma sulle cose senza storia, che rappresentano la cronaca della nostra provvisorietà, amplificata dal contrasto con la natura glaciale, geologica, antiidillica: detriti, scorie, fossili, pietre esistono al di fuori della memoria dell’uomo e guardano la sua condizione da una straniante immobilità geologica.

Roberto Cescon


Fili de Pute

Quasi illeggibili ormai le parole. Vi si arriva
seguendo crosci d’acqua misteriosi, scale nere
consunte e ad ogni svolta un cunicolo che vaga
nel silenzio di un muro o di una tenebra
analfabeta e muta. Scancellata
dal tempo, l’iscrizione sopravvive solamente
nelle aule scolastiche: le prime
sillabe vere della lingua che parliamo
sono sillabe di scherno e di potere, ordini secchi e ingiurie
di un padrone ai suoi servi, e anche un invito alla tortura
di un uomo troppo clemente e forse santo: «traite,
fili de le pute. Traite!». Ma Gosmario
Albertello e Carvoncelle: chi erano? Che paure o speranze
li agitavano? Possiamo forse immaginarli nelle sere dell’Urbe
piegati di fatica mentre imprecano e cercano
dentro il caldo di giugno un altro caldo
forse di pane o di donna nei dolori
di un tempo senza tempo né futuro, senza ieri o domani
e senza pace o salvezza.
E se mille anni più tardi il vento di un refuso da computer
spazza via una dentale, Albertello, il povero Albertello si trasforma
sulla nitida dispensa in Alberello. «Professore che albero era
questo alberello, poi? Forse una quercia? Una betulla? Un acero?» potrebbero
chiedere allora in buona o cattiva coscienza
legioni di studenti. «Era davvero un alberello, carissimi,
antenato dei vostri genitori e di voi stessi; un alberello
meraviglioso e precario dentro il bosco
della storia di noi tutti, fragilissimo e fiero,
prigioniero innocente o colpevole travolto
dall’incendio dei giorni che divampano
e scompaiono nel vento e si traducono
in un sospetto d’erba e di luce e di prato, in una curva
imprecisa del terreno, e ancora in meno, sapete,
ancora in nulla o quasi nulla, come un sasso,
o un frammento di sasso, o un po’ di polvere
che ondeggia sopra un fiume e poi scompare,
in una cenere spersa, in un velo
di ossa frantumate. Ma Alberello/
Albertello e i suoi amici sgraziati,
figli di buona donna come ogni povero cristo,
miseri schiavi, schiene da frustare, carne
inessenziale e non memorabile, parlavano
come parliamo noi,
nel nostro affannoso dialetto.

Non vi basta a guardarli, cari,
con reverenza ed affetto?»

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), dall’inedito Argéman (lapoesiaelospirito.wordpress.com)

 


Gli scricchiolii notturni e quel silenzio

Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciacquìo
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.
 
 
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Pietra sangue (Marcos y Marcos, 1999)