Even now, I tell myself, there is a language

Even now, I tell myself, there is a language
to which I might speak and which
would rightly hear me;
responding with eloquence; in its turn,
negotiating sense without insult
given or injury taken.
Familiar to those who already know it
elsewhere as justice,
it is met also in the form of silence.
Geoffrey Hill (Bromsgrove, 18 giugno 1932), da Triumph of love (1998), in Per chi non è caduto (Luca Sossella Editore, 2008)

Persino ora, mi dico, esiste una lingua

alla quale potrei parlare e che
giustamente mi ascolterebbe;
rispondendo con eloquenza; a sua volta,
negoziando il senso senza insulto
dato o danno ricevuto.
Familiare a coloro che già altrove
la conoscono come giustizia,
la si incontra anche sotto forma di silenzio.
 (Traduzione e cura di Marco Fazzini)
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Alberto Bertoni consiglia “Ovid in the Third Reich” di Geoffrey Hill

non peccat, quaecumque potest peccasse negare,
solaque famosam culpa professa facit.
(AMORES, III, XIV)

I love my work and my children. God
Is distant, difficult. Things happen.
Too near the ancient troughs of blood
Innocence is no earthly weapon.

I have learned one thing: not to look down
So much upon the damned. They, in their sphere,
Harmonize strangely with the divine
Love. I, in mine, celebrate the love-choir.

 

Geoffrey Hill (Bromsgrove, 1932), da King Log (André Deutsch, London 1968)

 

Ovidio nel Terzo Reich

non peccat, quaecumque potest peccasse negare,
solaque famosam culpa professa facit.
(AMORES, III, XIV)

Io amo il mio lavoro e i miei figli. Dio
è difficile, lontano. Le cose accadono.
Troppo vicina ai flussi antichi del sangue
l’innocenza non è arma terrena.

Ma una cosa l’ho imparata: non abbassare lo sguardo
fino ai dannati. Raggiungono nella loro sfera
una strana armonia con l’amore
di Dio. Io, di mio, ne celebro il coro amoroso.

 [Traduzione di Alberto Bertoni]

 Ho scelto questo testo perché sono un lettore piuttosto accanito della poesia contemporanea in lingua inglese, anche se “inglese” è un’approssimazione sempre più generica. Da Seamus Heaney a Paul Durcan, da Paul Muldoon a Brendan Kennelly (per parlare di irlandesi), da Tony Harrison appunto a Geoffrey Hill, da Jorie Graham a David Hart (tutti inglesi), da Charles Wright a Mark Strand, da Philip Levine a Charles Simic (americani), da Derek Walcott a Les Murray (tra Caraibi e Australia): ecco in un elenco rapido e parziale il piccolo pantheon di autori vivi e operanti cui attingo – anche solo per pochi versi – si può dire ogni giorno. In questo breve testo, in verità non facilissimo da tradurre in poesia italiana, s’intrecciano in particolare due motivi che mi stanno molto a cuore: quello dell’opera di Ovidio, un altro autore di capezzale che – con molta semplicità – considero in assoluto il più grande poeta latino (e certo uno dei tre più grandi di tutta la poesia occidentale); e quello della Shoah, quella frattura della nostra storia dopo la quale, stando alla sentenza di Adorno, si è potuta scrivere solo poesia “barbara”. Nella sua semplicità Ovidio nel Terzo Reich intreccia mirabilmente suggestioni multiple e diverse, tra Io e Dio, parola quotidiana e inno, abisso d’inferno e rito.

 Alberto Bertoni