(Il veleno per l’ultima volta)

caduta la polvere

la consistenza degli alberi
questa volta è assoluta

io so che c’entra l’infanzia
in questa carenza

che le cose scolpisce

come fossero morte

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Tracce (Guanda, 1977)


Scenari di un’estate

scenari di un’estate
o pochi giorni: sguardi

spenti che durano

sottrazioni cancellature aneliti

gli amici morti nei sogni
insieme ad altre cose festose

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Tracce (Guanda, 1977)


E’ l’ora che le barche lievi sfiorano

E’ l’ora che le barche lievi sfiorano
l’acqua come libellule, le ali
trasparenti che vibrano al tramonto,
tornano a casa bianche sopra il mare
color vinaccia. Il cielo nero, cupo,
come un cartone opaco schiaccia l’isola
e vela anche la grotta che da qui
somiglia all’occhio di quel grande pesce
incagliato nel fondo d’acqua bassa.

Si va spegnendo, muore, e domattina
sarà soltanto carne abbandonata
alla putrefazione, gelatina,
un’enorme medusa fra gli scogli
a sciogliersi nel sole del meriggio
mentre i rapaci umani al vecchio pasto
le mangeranno il cuore e l’altre membra,

Allora sui miei occhi cala il pianto
e il mio male si placa sullo sbuffo
di fiori viola che come un balcone
si affaccia sul dirupo sopra il mare,
ed è così in rigoglio, lavorato
dal sole, così ricco – chi l’ha detto
che la natura è semplice? Qui è tutto
complicato e feroce: essere belva
e preda, uomo e donna,
lucertola e formica, vita e morte.

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974 – 2000), (Scheiwiller, 2009)