Colori 10 / antologia, Mario Benedetti
Pubblicato: 22 ottobre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Mario Benedetti Lascia un commentomadre
E dalle tue foglie viene la vita,
dalle foglie vedute nel muro che guardi.
E niente è qui di quello stasera.
Oh gli anni che hai e che ho.
Lunga non è la mia vita, quanto la tua.
Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.
Non qualcuno. Che alberi erano quelli,
mano e nervature, morbide, fresche.
Dove sei? fondo di casa, fermo e vagolante,
nel colore bianco della sera a dicembre.
Mario Benedetti (Udine, 1955), da Pitture nere su carta (Mondadori, 2008)
Nel secondo libro della trilogia di Benedetti, quella difficile sintesi fra pensare, dire e percepire viene esplorata più drammaticamente. Lo stile è franto; potremmo quasi dire: franato. Le immagini hanno una più alta densità, che può risultare di difficile comprensione ad una prima lettura. Sembra che il poeta voglia condurci a vedere, a toccare le singole parole. I versi qui si fanno brevi, ogni immagine è staccata, separata: ognuna sta sola e pare non comunicare direttamente con la precedente e la seguente. La sintassi, dunque, si fa ellittica, fino proprio a dare una percezione di menomazione: fra i vv. 6 e 7 sembra che un ragionamento più ampio ci sia sottratto e che le frasi sporgano come macerie, dopo un disastro, un terremoto (si ricorda che Benedetti ha vissuto in prima persona il terribile terremoto in Friuli nel 1976). In questa poesia si cerca di esprimere il complesso rapporto fra il poeta e la propria madre. La madre è l’origine della vita, il punto da cui siamo nati; ma subito la figura della madre evoca il paesaggio della memoria e dell’infanzia. Le mani di lei, la loro casa e le montagne boscose del Friuli si confondono: per metonimia, ognuna richiama le altre (come nel v. 8), per metafora ognuna di loro è le altre (come al v. 1). Ma ormai il figlio vive lontano dalla madre e il suo mondo non è più quello in cui ancora essa vive (v. 3); gli anni sono passati e sembrano dividerli ancora di più (v. 4). Eppure madre e figlio sono uniti da un vincolo biologico e affettivo che oltrepassa ogni distanza e fa sì che entrambi sostino come sospesi e riuniti nel ricordo di un passato:“Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.”
(Tommaso Di Dio)
A D. / antologia, Mario Benedetti
Pubblicato: 21 ottobre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Mario Benedetti Lascia un commentoPenso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.
Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana Gloria (Mondadori, 2004)
La poesia di Mario Benedetti, dopo l’esordio nel 1982 con il piccolo libro Moriremo guardati, trova la sua forma più matura in una trilogia che copre l’arco di un decennio: dal 2004 al 2014, dal libro Umana gloria a Tersa morte, attraverso il capitolo centrale del 2008 Pitture nere su carta. Con strategie e stili di volta in volta differenti, ma sempre ispirati ad un criterio di verità e di lucida osservazione della vita attraverso le nostre percezioni organiche, la scrittura di Benedetti si confronta con alcuni nodi centrali della cultura umana: la fragilità del vivere e le sue minime conquiste, il rapporto fra il vivere contemporaneo e la memoria del passato, il tentativo di comprendere l’esperienza della morte.
La poesia che qui si propone trascrive la gioia di stare accanto alla donna che si ama, la sensazione – fra riso e paura – che accomuna amante e amata nell’incredulità che tutta la grazia d’amore possa svanire nel nulla. Inoltre si possono già notare alcune caratteristiche fondamentali dello stile di Benedetti. Innanzitutto la commistione fra precisione di sguardo e impossibilità di mostrare una visione di insieme. Il verso ha un andamento classico, privo di inarcature e con un ritmo molto rallentato: sembrerebbe prometterci una piena visione delle cose della vita all’interno della parola. Al contrario, la visione che il poeta ci consegna è fatto solo di frammenti, barlumi, spiragli. Da un lato compaiono “bottoni o spille”, “dita” e “i capelli lunghi marrone” e più avanti sono richiamate altre parti anatomiche come “la mano”, “il braccio”. I dettagli sono inquadrati dalla parola come se fossero vicinissimi all’occhio del poeta, ma il volto e il corpo della donna amata ci sfuggono: è come se non fosse messo a fuoco il centro dell’immagine. La fragilità che Benedetti mette in luce è anche questa incapacità di sintesi che caratterizza la percezione del nostro vivere contemporaneo, scomposto e slogato in un’infinita varietà di sentimenti a cui sempre manca qualcosa per dirsi perfetti e completi. A questa difficile sintesi allude il primo verso, che riesce a fondere in uno solo movimento tre dimensioni della vita: il pensiero, il dire, il guardare. Questa è la nostra fragilità: come facciamo a dire veramente tutta la complessità di quello che percepiamo?
(Tommaso Di Dio)



