A D. / antologia, Mario Benedetti

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana Gloria (Mondadori, 2004)

 

La poesia di Mario Benedetti, dopo l’esordio nel 1982 con il piccolo libro Moriremo guardati, trova la sua forma più matura in una trilogia che copre l’arco di un decennio: dal 2004 al 2014, dal libro Umana gloria a Tersa morte, attraverso il capitolo centrale del 2008 Pitture nere su carta. Con strategie e stili di volta in volta differenti, ma sempre ispirati ad un criterio di verità e di lucida osservazione della vita attraverso le nostre percezioni organiche, la scrittura di Benedetti si confronta con alcuni nodi centrali della cultura umana: la fragilità del vivere e le sue minime conquiste, il rapporto fra il vivere contemporaneo e la memoria del passato, il tentativo di comprendere l’esperienza della morte.
La poesia che qui si propone trascrive la gioia di stare accanto alla donna che si ama, la sensazione – fra riso e paura – che accomuna amante e amata nell’incredulità che tutta la grazia d’amore possa svanire nel nulla. Inoltre si possono già notare alcune caratteristiche fondamentali dello stile di Benedetti. Innanzitutto la commistione fra precisione di sguardo e impossibilità di mostrare una visione di insieme. Il verso ha un andamento classico, privo di inarcature e con un ritmo molto rallentato: sembrerebbe prometterci una piena visione delle cose della vita all’interno della parola. Al contrario, la visione che il poeta ci consegna è fatto solo di frammenti, barlumi, spiragli. Da un lato compaiono “bottoni o spille”, “dita” e “i capelli lunghi marrone” e più avanti sono richiamate altre parti anatomiche come “la mano”, “il braccio”. I dettagli sono inquadrati dalla parola come se fossero vicinissimi all’occhio del poeta, ma il volto e il corpo della donna amata ci sfuggono: è come se non fosse messo a fuoco il centro dell’immagine. La fragilità che Benedetti mette in luce è anche questa incapacità di sintesi che caratterizza la percezione del nostro vivere contemporaneo, scomposto e slogato in un’infinita varietà di sentimenti a cui sempre manca qualcosa per dirsi perfetti e completi. A questa difficile sintesi allude il primo verso, che riesce a fondere in uno solo movimento tre dimensioni della vita: il pensiero, il dire, il guardare. Questa è la nostra fragilità: come facciamo a dire veramente tutta la complessità di quello che percepiamo?

(Tommaso Di Dio)

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