Mi amistad está sobre ti como una madre… / antologia, Antonio Gamoneda

[…]

Mi amistad está sobre ti como una madre sobre su pequeño que sueña con cuchillos.
No te pondré otra venda que la que está raída alrededor de mi cuerpo, no te pondré otro aceite que el que descansa dentro de mis ojos.
Certamente es una historia horrible el silencio pero hay una salud que sucede a la desesperación.
Acuérdate de la paz en los comercios abandonados, acuérdate de la dulzura en las habitaciones donde se corrompía el olvido. Nadie tenía razón ni

[esperanza, ¿qué podiamos hacer ?

Ahora pasan vencejos entre el nogal y su sonido tiembla sobre mí.
Tú, lejos, duermes entre alaridos, hijo mío, tú que acostumbrabas a enloquecer a los maestros y a las mujeres que se deslizaban debajo de tus

[dedos.

Puedes venir a repartir los alimentos y las mentiras delante de mi rostro. ¿Por qué quemas tu lengua en los vacíos excavados en pómez, por qué te

[abres a las semillas implacables, a las linanzas adventicias ?

Puedes cantar en mis manos pero te desdices encima de tu belleza.
Harías mucho mejor acercándote.
El incrédulo habita en un mundo de plegarias. Hay resplandor delante de tus ojos, los que estuvieron heridos por la indignación.
Es más sencillo proceder de un país suntuoso, de una memoria recamada de espejos –cada espejo con su vértigo, cada espejo con su profundidad

[llena de frutos- pero, de todas formas, desconfía de aquellas manos cuya blancura puede ser besada.

Es más sencillo despertar de un tiempo cuya hermosura no existió aunque se extendiera como un crepúsculo.
Acércate a quien se calienta con los excrementos de la justicia. Nuestro honor consiste en no tener razón,
mi paz en avergonzarme de la esperanza.
Cada día tiene su metal, cada delincuencia su misericordia; el arco del suicida es conducido por el movimento de la tierra. Non me es posible decir

[sobre la duración de la tempestad pero tampoco lo deseo más allá de mis ojos.

Todas estas palabras deben entrar en tu corazón y, te lo ruego:
no pongas lombrices dentro de mi alma.
Mi memoria es maldita y amarilla como un río sumido desde hace muchos años.
Mi memoria es maldita. Más allá, antes de la memoria, un país sin retorno, acaso sin existencia:
hierba muy alta y dulce, siesta en la densidad: aquella miel sobre los párpados.
Era la exudación y penetraba el tiempo. Los insectos se fecundaban sin cesar y la serenidad nos poseía. Pero aquel tiempo no existió: sucedió en la

[inmovilidad como la música antes de su división.

Mi memoria es maldita y amarilla como el residuo indestructible de la hiel.
Yo extendía membranas sobre los gritos de la inutilidad. Ésta fue mi justicia, pero ¿qué ha quedado de mi alma?
No me busques en la justicia. No encontrarás mi cuerpo en iglesias ni en profecías insufribles como los tábanos en la lengua de los animales muy

[enfermos.

Mi amistad está sobre ti y tú no estás debajo de mi amistad. No soy yo el despojado: tu hermosura es tenaz pero mi cansancio es más profundo que

[tu hermosura.

En los establos donde me envuelve la oscuridad yo recibo a la muerte y conversamos hasta que lame dolcemente mis labios.
No es tu virtud sino la mía ; no es tu acidez la que detiene a los perseguidores ; no son tus gritos en la extremidad,
sino mi corazón y su vergüenza, mi corazón
y la sonrisa de los torturados.

 

Antonio Gamoneda (Oviedo, 1931), da Descripción de la mentira (Provincia di León, 1977) – traduzione di Alberto Pellegatta.

 

Da Descrizione della menzogna 

[…]

La mia amicizia sopra di te come una madre sul suo piccolo che sogna coltelli.
Non ti metterò un’altra benda oltre a quella che fascia il mio corpo, non ti metterò altro unguento oltre  a quello che riposa nei miei occhi.
Certamente è una storia orribile il silenzio ma c’è una salute che segue la disperazione.
Ricordati della pace dei negozi abbandonati, ricordati della dolcezza nelle stanze dove si corrompeva l’oblio. Nessuno aveva ragione né speranza,

[che cosa potevamo fare?

Adesso passano i rondoni attraverso l’albero di noce e il loro suono trema sopra di me.
Tu, lontano, dormi tra le urla, figlio mio, tu che eri abituato a fare impazzire i maestri e le donne che scivolavano sotto le tue dita.
Puoi distribuire gli alimenti e le menzogne davanti alla mia faccia. Perché bruci la tua lingua nei vuoti scavati nella pietra pomice, perché ti apri ai

[semi implacabili, al lino avventizio?

Puoi cantare nelle mie mani ma ti disdici sopra la tua bellezza.
Faresti meglio a avvicinarti.
L’incredulo abita in un mondo di suppliche. C’è splendore davanti ai tuoi occhi, quelli che sono stati feriti dall’indignazione.
È più semplice provenire da un paese sontuoso, con una memoria ricamata da specchi –ogni specchio con la sua vertigine, ogni specchio con la sua

[profondità piena di frutta- ma, in ogni modo, diffida di quelle mani il cui biancore può essere baciato.

È più semplice svegliarsi da un tempo la cui bellezza non è esistita, nonostante si estendesse come un tramonto.
Avvicinati a chi si scalda con gli escrementi della giustizia. Il nostro onore consiste nel non avere ragione,
la mia pace nel vergognarmi della speranza.
Ogni giorno ha il suo metallo, ogni delitto la sua misericordia; l’arco del suicida è condotto dal movimento della terra. Non mi è possibile dire

[niente sulla durata della tempesta ma neppure la desidero oltre gli occhi.

Tutte queste parole devono entrare nel tuo cuore e, ti prego:
non mettere lombrichi nella mia anima.
La mia memoria è maledetta e gialla come un fiume interrato da molti anni.
La mia memoria è maledetta. Oltre, prima della memoria, un paese senza ritorno, forse senza esistenza:
erba molto alta e dolce, siesta nella densità: quel miele sulle palpebre.
Era la sudorazione e penetrava il tempo. Gli insetti si fecondavano senza sosta e la serenità ci possedeva. Ma quel tempo non è esistito: è successo

[nell’immobilità come la musica prima della propria partitura.

La mia memoria è maledetta e gialla come il residuo indistruttibile del fiele.
Allungavo membrane sulle grida dell’inutilità. Questa è stata la mia giustizia, ma cosa è rimasto della mia anima?
Non mi cercare nella giustizia. Non troverai il mio corpo nelle chiese o nelle profezie insopportabili come i tafani sulla lingua degli animali molto

[malati.

La mia amicizia sta sopra di te e tu non stai sotto la mia amicizia. Non sono io lo spodestato: la tua bellezza è tenace ma la mia stanchezza è più

[profonda della tua bellezza.

Nelle stalle dove mi avvolge il buio ricevo la morte e conversiamo fino a che mi lecca dolcemente le labbra.
Non è la tua virtù bensì la mia; non è la tua acidità ciò che trattiene chi ti insegue; non sono le tue grida all’estremità,
bensì il mio cuore e la sua vergogna, il mio cuore
e il sorriso dei torturati.

 

Nel testo proposto il sentimento incombe fin da subito sul lettore: «sopra di te come una madre sul suo piccolo che sogna coltelli». La metrica asseconda una lettura pausata e colloquiale, permettendo all’autore di passare dalla concretezza degli oggetti e degli intrecci all’astrazione dei concetti: «Certamente è una storia orribile il silenzio ma c’è una salute che segue la disperazione». In questo brano del lungo poema di cui si compone Descrizione della menzogna, la memoria è insieme luogo di pace e di inquietudine, il ricordo a tratti è velenoso:«Ricordati della pace dei negozi abbandonati, ricordati della dolcezza nelle stanze dove si corrompeva l’oblio. Nessuno aveva ragione né speranza, che cosa potevamo fare?». Scrive, infatti, il poeta: «La mia memoria è maledetta e gialla come un fiume interrato da molti anni… Oltre, prima della memoria, un paese senza ritorno, forse senza esistenza: // erba molto alta e dolce, siesta nella densità: quel miele sulle palpebre». Non rimane che ascoltare «i rondoni attraverso l’albero di noce e il loro suono» che «trema» sopra di noi. L’umorismo («tu che eri abituato a fare impazzire i maestri e le donne che scivolavano sotto le tue dita»), trasforma la lingua in «pietra pomice», in parola «avventizia», in canto. Il testo è attraversato da consigli enigmatici («Faresti meglio a avvicinarti», oppure «È più semplice svegliarsi da un tempo la cui bellezza non è esistita») ma soprattutto da descrizioni drammaturgiche: «L’incredulo abita in un mondo di suppliche. C’è splendore davanti ai tuoi occhi, quelli che sono stati feriti dall’indignazione». In filigrana si intravedono le tensioni morali: «È più semplice provenire da un paese sontuoso, con una memoria ricamata da specchi –ogni specchio con la sua vertigine, ogni specchio con la sua profondità piena di frutta- ma, in ogni modo, diffida di quelle mani il cui biancore può essere baciato». O ancora: «Il nostro onore consiste nel non avere ragione, // la mia pace nel vergognarmi della speranza… Non troverai il mio corpo nelle chiese o nelle profezie insopportabili come i tafani sulla lingua degli animali molto malati». Il finale, di grande potenza immaginativa, evoca la morte come elemento naturale: «Ogni giorno ha il suo metallo, ogni delitto la sua misericordia; l’arco del suicida è condotto dal movimento della terra». Solo l’arte può suggerire un senso all’esistenza: «il mio cuore e la sua vergogna, il mio cuore // e il sorriso dei torturati».

(Alberto Pellegatta)


Due tempi / la poesia alle elementari

La civetta è un uccello pericoloso di notte
quando appare sul suo terreno
come un attore sulla scena
ha smesso la sua parte di zimbello.
Con una strana voce
fa udire il suo richiamo,
vola nell’aria notturna.
Allora tace chi si prendeva gioco,
si nasconde dietro un riparo di foglie.
Ma è breve il seguito degli atti,
il teatro naturale si allontana.
All’apparire del giorno
la civetta ritorna al suo nido,
al suo dimesso destino.

 

Giampiero Neri (Erba, 1927), da Liceo (Guanda, 1986)


XI

Forse non tutto è perduto, forse
Qualche ragione resta per parlarci.
Non tutta la ferita s’è consunta,
Da un lembo all’altro cuciono i batteri
Quella nostra invisibile pazienza.
Allora ascolta, ascolta il tramestìo
Di questi giorni, invita a non alzare
Le braccia ancora in segno di sconfitta.

Roberto Deidier (Roma, 1965), da Solstizio (Mondadori, 2014)


Dmenga

a jj a s’ëi vest
a s’ëi za vnu a ca?

ësr a là par clu ch’l’ariva
stê d’astê fêna ch’u s’fa bur…

(u s’fa mêl la schina
a fôrza d’stêr a cvd impalé
a fê d’segn a on ch’u n’ven)

se chj étar i ngn’è
nò a n’sen incion
e s’a i sen par tot
nò a s’finen coma
s’a n’fòsum mai sté a cve

ësar in cvel ch’a n’sen
in cvel ch’j è chj ètar…

 

Giovanni Nadiani (Cassanigo di Cotignola, 1954), da Feriae (Marsilio, 1999)

Domenica

ci sono si sono visti
sono già tornati a casa?

esserci per chi arriva
attendere finché farà buio…

(ci duole la schiena
per lo stare qui impalati
a far cenno a chi non viene)

se gli altri non ci sono
noi non siamo nessuno
e se ci siamo per tutti
noi ci consumiamo come
se non ci fossimo mai stati

essere in ciò che non siamo
in ciò che sono gli altri…


Mi muovo verso strati / antologia, Maurizio Cucchi

Mi muovo verso strati
sempre più occulti, come
un archeologo, o un operaio
che manovra, nell’ignoranza
senza fine delle tenebre,
verso residui fossili, e rivoli
nascosti, mentre trabocca
la sua realtà geografica
di intrecci collettivi, emblemi
o approssimazioni di altri
molteplici intrecci sconosciuti.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da Malaspina (Mondadori, 2013)

 

Il poeta è un «archeologo», scava in profondità fino a raggiungere il senso di una vita umanissima e primordiale, passando attraverso i depositi della storia e sprofondando nell’oscurità della natura. Nella sua immersione, tutto si rivela nella sua vera realtà: le trame delle immagini, come ragnatele, attirano sopra di sé gli «emblemi», i simboli e il significato di ciò che vediamo, rallentando la caduta all’interno di una vita non sempre decifrabile. Il lavoro del poeta, qui, non è diverso da quello di certi pittori contemporanei, che usano diversi materiali per realizzare le loro opere, per individuare un senso indefinito di ciò che dicono piuttosto che per raccontare una storia vera e propria: in questa poesia non vediamo un paesaggio, Cucchi non parla di niente a cui ci si possa aggrappare con sicurezza. L’unico dato concreto è quello della terra, la terra che abitiamo, scomposta strato dopo strato, per arrivare al suo centro, al motore pulsante che rappresenta – come già nell’Ungaretti de Il porto sepolto – il cuore e l’abisso di tutte le parole.

(Marco Corsi)


Glenn, come lo chiamavo nella mia mente io / antologia, Maurizio Cucchi

Glenn, come lo chiamavo nella mia mente io,
o com’è più vero e semplice,
com’è più vero:
Luigi.
Resti per me una crepa d’affetto
o un lampo intermittente nel cervello.
E anche tu, che non l’hai mai visto,
lo ami.
Tu che hai taciuto, e oggi non taci più,
hai la memoria smangiata come la tua macula:
cerchi e non trovi più
nemmeno la sua voce.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da L’ultimo viaggio di Glenn (Mondadori, 1999)

 

Il viaggio della poesia di Maurizio Cucchi inizia nel 1976 con la raccolta di poesie intitolata Il disperso: un libro traumatico, che segna non solo la vicenda personale dell’autore, ma che penetra all’interno della sua scrittura, frantumandola in una serie di oggetti, situazioni e voci che prendono il sopravvento sulle parole; diventano quelle parole che il poeta scrive. A distanza di più di trent’anni, dopo il passaggio fondamentale di Glenn (pubblicato da San Marco dei Giustiniani nel 1982), Cucchi ci rivela la vera identità del volto nascosto sotto la maschera di personaggi come l’attore Glenn Ford o il trombettista Glenn Miller: Glenn è Luigi, Luigi Cucchi, suo padre. Finalmente riesce a pronunciare con sicurezza il suo nome (quel «Luigi» isolato al quarto verso lo dimostra): un misterioso incidente l’aveva strappato alla vita e adesso è qui e torna a vivere nella poesia. La sua figura e l’eco della sua voce procurano ancora dolore nella mente, e tuttavia vivono di una nuova consapevolezza più matura e adulta, ora che tutto viene messo a fuoco.

(Marco Corsi)


Agnese / antologia, Maurizio Cucchi

Il mio risveglio è stato nel tuo nome
sussurrato e un saluto un bianco sogno
Agnese che ritorni ombra che passi figuretta
bianca sottile che non mi ami.
Io ti seguo con l’occhio e con la penna
mentre scivoli e c’è la guerra
in Santa Maria Fulcorina. Sono poco
un adolescente un angelo una fantasia
sono un signore che ti pensa e inventa
mite e vile affettuoso e coltivo
la mia mania.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da Donna del gioco (Mondadori, 1987)

 

Santa Maria Fulcorina è una via centrale di Milano, dietro al Palazzo degli Affari. Siamo in uno scenario di guerra, ma della guerra si avverte solo un’eco lontana, una sensazione di pericolo di cui è simbolo la figura trasparente di Agnese, che avanza come fosse una sorta di fantasma. Chi è Agnese? Cosa rappresenta per il poeta? Agnese è una donna simile a quelle di cui ci parla Dante nella Vita nuova: una di quelle donne che al solo passaggio riescono a suscitare nel cuore di chi le guarda un’immagine di salvezza, specie quando muovono la mano nel gesto di un saluto. Questa poesia di Cucchi è una poesia d’amore, Agnese è l’oggetto del suo desiderio adolescente, di ragazzo che deve crescere nei sentimenti e trovare il proprio posto nel mondo e nella storia, per far diventare la sua «fantasia» qualcosa di reale e di concreto, come il linguaggio che qui viene usato. Si noti in particolare la corrispondenza fra il tono pacato e l’occorrenza di parole «sussurrato», «figuretta», «fantasia», che stemperano il clima della composizione in una felice leggerezza.

(Marco Corsi)