Sembra venire a volte

Sembra venire a volte
come opera del niente
il giorno
nei tram, nelle vetrinette
dei bar.

Non hanno sentinelle le nostre città,
chi veglia lo fa per mestiere
o per disperanza.

E il nemico nessuno
lo ha mai visto arrivare.

 

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Il bar del tempo (Guanda, 1999)

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Z życia przedmiotów / antologia, Adam Zagaievski

Gładka skóra przedmiotów napięta
tak mocno jak cyrkowy namiot.
Nadchodzi wieczór.
Witaj, ciemności.
Żegnaj, światło dnia.
Jesteśmy jak powieki, mówią rzeczy,
dotykamy i oka i powietrza, ciemności
i światła, Indii i Europy.

I nagle to ja zaczynam mówić: rzeczy,
czy wiecie, czym jest cierpienie?
Czy byłyście kiedyś głodne, zagubione, samotne?
Czy płakałyście? Czy wiecie, czym jest lęk?
Wstyd? Czy poznałyście zawiść i zazdrość,
małe grzechy, których nie obejmuje przebaczenie?
Czy kochałyście? Czy umierałyście kiedyś,
w nocy, gdy wiatr otwiera okna i przenika
do chłodnego serca? Czy zaznałyście
starości, czasu, przemijania? Żałoby?

Zapada cisza.
Na ścianie tańczy igła barometru.

 

Adam Zagajewski (Leopoli, 1945), da Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, 2012)

 

Dalla vita degli oggetti

 

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

 

Questa poesia, che dà il titolo all’intera scelta antologica italiana, presenta uno dei traslati ricorrenti in Adam Zagajewski: l’animazione degli oggetti. Essi parlano, si muovono, e intrattengono un dialogo con il poeta. Le voci immaginate servono a rendere dinamica la scena, e nello stesso tempo ad immobilizzarla, in un istante particolare, per sottrarla così al flusso del tempo.
Nel componimento in questione l’autore sembra trovarsi, al calar della sera, in una stanza piena di oggetti. Nella prima strofa, composta di 8 versi, le cose dicono di essere come palpebre che, muovendosi, sfiorano l’occhio e l’aria, l’oscurità e la luce, l’India e l’Europa. Nella seconda strofa, di 10 versi, il poeta – in un impeto quasi di rabbia – si rivolge ad esse chiedendo se abbiano mai provato le sensazioni e i sentimenti caratteristici dell’essere umano. Alle numerose domande fa eco, nel distico finale, dopo il silenzio, una breve e incisiva risposta (affermativa): «Sulla parete danza l’ago del barometro». Questa immagine, insieme a quella iniziale («La pelle levigata degli oggetti è tesa / come la tenda di un circo»), fanno di Zagajewski uno straordinario «poeta degli oggetti», capace di descriverli con precisione fenomenologica e di coglierne l’essenza.

(Lucia Pascale)


W cudzym pięknie / antologia, Adam Zagajevski

Tylko w cudzym pięknie
jest pocieszenie, w cudzej
muzyce i obcych wierszach.
tylko u innych jest zbawienie,
choćby samotność smakowała jak
opium. Nie są piekłem inni,
jeśli ujrzeć ich rano, kiedy
czyste mają czoło, umyte przez sny.
dlatego długo myślę, jakiego
użyć słowa, on czy ty. Każde on
jest zdradą jakiegoś ty, lecz
za to w cudzym wierszu wiernie
czeka chłodna rozmowa.

Adam Zagajewski (Leopoli, 1945), da Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, 2012)

 

Nella bellezza altrui

 

Solo nella bellezza altrui
vi è consolazione, nella musica
altrui e in versi stranieri.
Solo negli altri vi è salvezza,
anche se la solitudine avesse sapore
d’oppio. Non sono un inferno gli altri,
a guardarli il mattino, quando
la fronte è pulita, lavata dai sogni.
Per questo a lungo penso quale
parola usare: se lui o tu.
Ogni lui tradisce un tu, ma
in cambio nella poesia di un altro
è in fedele attesa un dialogo pacato.

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

Questa è, a mio avviso, una delle poesie più belle e più intense di Adam Zagajewski. Il titolo, che riprende il primo verso, esprime tutto il bisogno del poeta di ricercare l’armonia e la serenità (Nella bellezza altrui è anche il titolo di una raccolta di saggi pubblicata nel 1998). «La bellezza salverà il mondo», affermava il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij; il poeta polacco aggiunge che solo nella bellezza “altrui” vi è la salvezza. Egli pone al centro della propria opera il tema dell’estraneità, dell’estraneo, straniero, diverso, che in quanto “altro da sé” ci offre la possibilità di conoscere e di gustare il bello. Il dialogo, che conduce alla conoscenza, è possibile infatti unicamente nell’incontro con il diverso, nella musica e nella poesia altrui, come anche nella realtà quotidiana. La solitudine, anche se avesse il sapore dell’oppio, non ci porterebbe da nessuna parte. Secondo Zagajewski, l’arte, il bello, nascono dal sentimento di meraviglia nei confronti della realtà, dal desiderio profondo di comprendere le ragioni ultime delle cose (anelito verso il bello).

(Lucia Pascale)


Autoportret / antologia, Adam Zagajewski

Między komputerem, ołówkiem i maszyną do pisania
schodzi mi pół dnia. Kiedyś zrobi się z tego pół wieku.
mieszkam w obcych miastach i niekiedy rozmawiam
z obcymi ludźmi o rzeczach, które są mi obce.
Dużo słucham muzyki: Bacha, Mahlera, Chopina, Szostakowicza.
W muzyce znajduję siłę, słabość i ból, trzy żywioły.
Czwarty nie ma imienia.
Czytam poetów, żywych i umarłych, uczę się od nich
wytrwałości, wiary i dumy. Próbuję zrozumieć
wielkich filozofów – najczęściej udaje mi się
uchwycić tylko strzępy ich drogocennych myśli.
Lubię chodzić na długie spacery paryskimi ulicami
i patrzeć na moich bliźnich, ożywionych zazdrością,
pożądaniem lub gniewem; obserwować srebrną monetę,
która przechodzi z dłoni do dłoni i powoli traci
swój okrągły kształt (zaciera się profil cesarza).
Tuż obok rosną drzewa, niewyrażające nic,
jeśli nie liczyć zielonej, obojętnej doskonałości.
Po polach kroczą czarne ptaki,
które wciąż na coś czekają, cierpliwe jak hiszpańskie wdowy.
Nie jestem już młody, ale wciąż są starsi ode mnie.
Lubię głęboki sen, kiedy mnie nie ma,
i szybką jazdę rowerem wiejską szosą, gdy topole i domy
rozpływają się jak cumulusy na pogodnym niebie.
Czasem przemawiają do mnie obrazy w muzeach
i nagle znika ironia.
Uwielbiam przyglądać się twarzy mojej żony.
Co tydzień, w niedzielę, telefonuję do ojca.
Co dwa tygodnie spotykam się z przyjaciółmi,
w ten sposób dochowujemy sobie wierności.
Mój kraj wyzwolił się od jednego zła. Chciałbym,
żeby za tym poszło jeszcze jedno wyzwolenie.
Czy mogę być w tym przydatny? Nie wiem.
Nie jestem wprawdzie dzieckiem morza,
jak napisał o sobie Antonio Machado,
ale dzieckiem powietrza, mięty i wiolonczeli,
i nie wszystkie drogi wysokiego świata
krzyżują się ze ścieżkami życia, które na razie,
należy do mnie.

 

Adam Zagajewski (Leopoli, 1945), da Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, 2012)

 

Autoritratto

 

Tra computer, matita e macchina da scrivere passa
metà della mia giornata. Col tempo farà mezzo secolo.
Abito in città straniere e talvolta parlo
con sconosciuti di cose indifferenti.
Ascolto molta musica: Bach, Mahler, Šostakovič, Chopin.
Vi trovo tre elementi, forza, debolezza, dolore.
Il quarto non ha nome.
Leggo i poeti, i vivi e i morti, da loro apprendo
costanza, fede e orgoglio. Cerco di capire
i grandi filosofi – ma di solito riesco
ad afferrare solo brandelli dei loro preziosi pensieri.
Amo fare lunghe passeggiate per le strade di Parigi
e guardare i miei simili, animati dalla gelosia,
dalla brama o dall’ira, osservare la moneta d’argento
che passa di mano in mano e lentamente perde
la sua forma rotonda (si usura il profilo dell’imperatore).
Accanto crescono gli alberi, e nulla esprimono,
a parte la verde, indifferente perfezione.
Sui campi volteggiano uccelli neri
che attendono pazienti come vedove spagnole.
Non sono più giovane, ma c’è ancora chi è più vecchio di me.
Amo il sonno profondo, quando non ci sono,
la corsa veloce in bicicletta per la campagna, quando i pioppi
e le case si dissolvono come cumuli in un cielo sereno.
Talvolta mi parlano i quadri nei musei
e allora l’ironia svanisce all’improvviso.
Adoro osservare il volto di mia moglie.
Ogni domenica telefono a mio padre.
Ogni due settimane incontro gli amici,
in questo modo restiamo fedeli gli uni agli altri.
Il mio paese si è liberato da un male. Vorrei
che a ciò seguisse ancora un’altra liberazione.
Potrei in ciò essere d’aiuto? Non so.
Non sono un vero figlio del mare,
come scrisse di sé Antonio Machado,
ma figlio dell’aria, della menta e del violoncello
e non tutte le strade del mondo alto
incrociano i sentieri della vita che, per ora,
mi appartiene.

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

 

 

 

Questi versi, composti nel 1995, contengono i tratti essenziali della poetica di Adam Zagajewski. Essa risulta essere profondamente influenzata dalla sua biografia, in cui l’emigrazione svolge un ruolo determinante. Particolare importanza assumono, infatti, il tema del viaggio e quello dell’estraneità: il poeta si sente “straniero” ovunque, in tutte le città che abita (vv. 3-4); sembra quasi ricordarci Malte, il protagonista del romanzo di Rilke, che passeggia in solitudine per le strade di Parigi e scruta con sguardo intenso il mondo circostante (vv. 12-16). Si tratta però di un Malte più maturo, sereno, ironico, distaccato, che osserva se stesso, e la realtà che lo circonda, con lo stesso distacco con cui il pittore si guarda allo specchio e analizza tutti i particolari da riprodurre nel proprio autoritratto.
In questo componimento il nostro autore appare felice nella sua contemplazione, nel mondo dei sensi, in cui le cose che ama – la musica, la poesia, la filosofia, la pittura – prendono vita, e il bello vince l’ironia (vv. 25-26). Con delicatezza scrive degli affetti: la moglie, il padre, gli amici. Con tenerezza della Polonia. Con umiltà si definisce «figlio dell’aria, della menta e del violoncello», ancora ignaro di tutte le strade del mondo alto.
Qui, come altrove, i versi di Zagajewski si presentano in tutta la loro limpidezza: liberi, privi di complicati giochi linguistici, particolari assonanze e consonanze. In essi, infatti, prevale l’aspetto semantico: la sua poetica opera per immagini portatrici di significati, di riflessione, di indagine sulle ragioni ultime del mondo (anelito verso l’alto).

(Lucia Pascale)


Mistero per la strada / la poesia alle elementari

Si posò la luce del giorno sul viso di un uomo addormentato.
Gli giunse un sogno più vivido
Ma non si svegliò.
Si posò l’oscurità sul viso di un uomo in cammino
Tra la gente nei raggi di sole
Forti e impazienti.
D’un tratto si fece buio come per il temporale.
Io ero in una stanza che conteneva tutti gli istanti –
Un museo di farfalle.
Tuttavia il sole era forte come prima.
I suoi pennelli impazienti dipingevano il mondo.

 

Tomas Tranströmer (Stoccolma, 1931), traduzione di Franco Buffoni, in F. Buffoni, Songs of Spring. Quaderno di traduzioni (Marcos y Marcos, 1999)


Stivaletti scalcagnati

Stivaletti scalcagnati è il tempo
di portare, non siamo schiavi di nulla
né dei ricci nei piedi né delle rose
nel mezzo del sentiero
e voi, chi vi inchiodò alla finestra, stelle
ha preso or ora casa
al paletto innevato
della nuova stagione.
La foglia malfida vola sul pane
trova posto nel gheriglio, nel cuore
e il sacco di pane raffermo
è riposto nel pineto oscuro.

Non siamo schiavi di nulla.
Stivaletti scalcagnati è il tempo di portare.

Edoardo Albinati (Roma, 1956), da Elegie e proverbi (Mondadori, 1989)

 


I classici

Butterati dalle ustioni, fra i ponteggi
dei restauratori i classici guardano
a noi con l’occhio sazio del rapace
che ci riduce a istanti. Non sopportano

luci artificiali: notte sia notte,
nubi a plotoni senza temporali.
Stringono il cuore, ma come lo possono
fare le mani tramutate in ali.

Nel nostro andare noi li perdoniamo,
spettri educati, mutili e ideali.
Se li studiamo, ancora ci minacciano.
Ma quale polvere. Quali scaffali.

Paolo Febbraro (Roma, 1965) da Fuori per l’inverno (Nottetempo, 2001)