Tutto il mio pensare è nel guardarti

Tutto il mio pensare è nel guardarti:
le mani aperte in crepe come zolle
di una terra assetata, la vergogna
che cuce ruvida una gioia folle
sugli occhi asciutti, ai piedi scalpitanti,
tra le cieche fessure dove i lutti
si avvinghiano a una sempre nuova nascita.
Ma ottuso e sterile il mio corpo al tuo
riannoda il mezzogiorno: entrambi sanno
che cresce l’euforia sullo sgomento.

Tutto il tuo guardare è nel pensarmi
vivo e morto in un unico momento.

Matteo Marchesini (Castelfranco Emilia, 1979) da Marcia nuziale (Scheiwiller, 2009)


L’antica epoca della nostalgia

Those hours given over to basking in the glow of an imagined
future, of being carried away in streams of promise by a love or
a passion so strong that one felt altered forever and convinced
that even the smallest particle of the surrounding world was
charged with purpose of impossible grandeur; ah, yes, and
one would look up into the trees and be thrilled by the wind-
loosened river of pale, gold foliage cascading down and by the
high, melodious singing of countless birds; those moments, so
many and so long ago, still come back, but briefly, like fireflies
in the perfumed heat of summer night.

Mark Strand (Summerside, 1934), da Quasi invisibile (Mondadori, 2014)

Quelle ore concesse al crogiolarsi nel lucore di un fu-
turo presunto, dell’essere trascinati via in torrenti di
promessa da un amore o una passione così intensi che
ci si sentiva cambiati per sempre e convinti che anche
la più minuscola particella del mondo circostante fos-
se carica del proposito di un’impossibile grandeur; ah,
sì, e si sarebbe guardato all’insù tra gli alberi e ci si sa-
rebbe sentiti elettrizzati dal fiume sprigionato dal ven-
to che faceva cascate del fogliame pallido, dorato, e dal
cinguettio acuto e melodioso di innumerevoli uccelli;
quei momenti, così numerosi e così remoti nel tempo,
tornano ancora, ma brevi, come lucciole nell’afa fra-
grante di una sera d’estate.

 


Leopardi und die Schnecke / antologia, Michael Krüger

Eine Schnecke kriecht über die Terrasse,
ein schleimiger Bauchfüßer, der Unruhe des Gartens
glücklich entkommen. Zart, biegsam, hornig,
saugt sie den Boden ab, von einem Magnetem
gelenkt unter den Fliesen. Erhobenen Kopfes
kreutz dieses heilige Tier mit verletzender Würde
die Straße der Ameisen, wo Geschäfte blühen
und Lasten getauscht werden, daß der Blick
sich verwirrt. Eine Schwester des Sisyphos,
die in der Ebene arbeitet, eine natürliche Feindin
der Wiederholung.
Die Mitte ist erreicht, so lautlos, als dürfe
das Welthaus nicht erschüttert warden,
das voller unsichtbarer Risse ist.
Jetzt denke nicht an die Zeit, nicht an das Glürk,
den nur als Unglückliche sind wir unsterblich.
Aber wie begreifen, daß die Ordnung
nur mit dieser Schnecke funktioniert, die nun
den weißen Zeiger ihrer Uhr vollendet hat?
Wozu wären wir den wohl geboren, sagt Leopardi,
als um zu erkennen, wie glücklich wir wären,
nicht geboren zu sein?

 

Michael Krüger (Wittgendorf, 1943), da Il coro del mondo. Poesie 2001-2010 (Mondadori, 2010)

 

Leopardi e la lumaca
Una lumaca striscia per la terrazza,
un viscidume che va sul ventre, felicemente
sfuggita all’agitazione del giardino. Tenera,
duttile, cornea, aspira il suolo, diretta da un magnete
sotto i marmetti. A testa alta
questo sacro animale con dignità offensiva
taglia la strada alle formiche ove fervono i traffici
e si scambiano carichi da confonder
la vista. Sorella di Sisifo,
lei lavora in pianura, naturale nemica
della ripetizione.
Il centro è raggiunto, in gran silenzio quasi
non si dovesse dar scosse alla casa del mondo
che è piena di crepe invisibili.
Ora penso al tempo, non alla felicità,
perché soltanto come infelici siamo immortali.
Ma lo capiamo che l’ordine funziona
solo con questa lumaca che ora ha fatto il giro
del quadrante bianco del suo orologio?
A che pro saremmo nati, dice Leopardi,
se non per riconoscere come saremmo felici
a non esser nati?

(Traduzione di Anna Maria Carpi).

Un accostamento proprio insolito fra il nostro grande poeta noto per il suo pessimismo e questo piccolo animale non bello, noto per la sua lentezza, che procede con la propria casa sulle spalle e sembra fare solo il giro di un quadrante d’orologio. Se si deve paragonarlo a un umano, pensiamo al Sisifo greco condannato a riportare in cima a un monte un pietrone che cade giù ogni volta. Fatica inutile, ma così è la vita per i pessimisti. Noi uomini, nella casa del mondo piena di crepe, se pensiamo, come facciamo sempre, alla felcità, capiamo che sarebbe il non essere mai nati. Il punto di svolta in questa poesia è “solo come infelici siamo  immortali”, ovvero nelle parole  “penso”, “capiamo” e “riconoscere” . E’ un modesto elogio della coscienza, l’unico misterioso “in più” che l’uomo ha sulla natura.

Anna Maria Carpi


Natürlich kann man sich / antologia, Michael Krüger

Natürlich kann man sich
den Schöpfer des Universums
als einen Gaukler denken.
Alles verruchtes Spiel,
Ausdruck beginnender Müdigkeit.
Nur manchmal, wenn wir
am Abend, einer Gewohnheit folgend,
uns auf der Wiese versammeln,
um die Nacht still zu begrüβen,
sind wir vor Staunen sprachlos:
Um uns zu foppen, zeigt er uns
Proben seines groβen Talents.

 

Michael Krüger (1943), da Il coro del mondo. Poesie 2001-2010 (Mondadori, 2010)

 

Chiaro che
il creatore dell’universo
si può vederlo come un giocoliere.
Tutto un maledetto gioco,
espressione d’incipiente stanchezza.
Ma talvolta, se a sera,
secondo un’abitudine,
ci raduniamo sul prato
a salutare in silenzio la notte,
per lo stupore restiamo senza parola:
lui per fregarci ci dà prove
del suo grande talento.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

L’autore ironizza su Dio, chiamandolo giocoliere. Ma quante immagini l’uomo si è fatto di Dio sin dalle origini, compresa la nostra ebraico-cristiana, che è molto seria. Ma Krueger prende di qui l’idea di Dio persona ma ne fa un giocoliere e vi aggiunge che il giocoliere potrebbe essere anche stanco del gioco. Stanco come sono quegli amici che si radunano a salutare la notte. Ma anche qui sorge un “ciononostante”, e cioè il sentimento della bellezza, proprio solo degli uomini, un sentimento che li fa ammutolire. E’ il silenzio del dubbio se Dio c’è o non c’è? L’autore non dà risposta. Certo è che se c’è ed è solo un giocoliere, ha un enorme talento. Un termine, questo, che è il contrario della “verità” proposta dalle religioni.

Anna Maria Carpi


Rede des Reisenden / antologia, Michael Krüger

Durch Italien lief ich,
von Süden nach Norden,
wie es die Straβe befahl.
Ich habe nichts erlebt.
Bei Neapel bewachte ein Hund
die aufgehende Sonne,
wie ich nie einen sah;
hinter Ravenna lauschte ich
dem feinen Orakel des Regens;
in der Maremma sah ich Fliegen
in den Augen der Rinder, und mich.
Fast zuviel für ein Leben.
Mit der Zeit lernte ich,
die Umwege zu beherrschen,
die nicht nach Norden führen.
In Rom, das sei noch erwähnt,
beobachtete ich rote Ameisen,
die das Pantheon abtragen wollten.
Übrigens las ich beim Gehen
Ungarettis kurze Gedichte,
bis sie sich aufgelöst hatten
in meinem strahlenden Glück.

 

Michael Krüger (Wittgendorf, 1943), da Il coro del mondo. Poesie 2001-2010 (Mondadori, 2010)

Discorso del viaggiatore

 

Ho percorso l’Italia
da sud a nord
come voleva la strada.
Non ho fatto esperienze.
A Napoli un cane come
non ne vidi mai stava
a guardia del sole nascente;
dietro Ravenna tesi l’orecchio
al sommesso oracolo della pioggia;
in Maremma vidi mosche
negli occhi dei bovini, e me stesso.
Quasi troppo per una vita.
Col tempo appresi
a condurmi fra le vie traverse
che non portano a nord.
A Roma, ne devo far menzione,
osservai formiche rosse
che volevano trascinar via il Pantheon.
Per il resto, camminando lessi
le brevi poesie di Ungaretti
fino a che non si furono dissolte
nella mia radiosa felicità.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

Si sa che i tedeschi amano l’Italia e la conoscono addirittura meglio di noi. Anche Krueger, ma  lui non vede certo quello che vedono i turisti o dicono le guide. Il suo viaggio è molto personale, sorridendo ricorda cose strane e secondarie, perlopiù animali, un cane e degli insetti, invece del classico Vesuvio o del Pantheon romano  Intanto però legge delle poesie, quelle di uno dei nostri massimi poeti, che sono perlopiù brevi. Si dissolvono  rapidamente, in modo simile alle altre sensazioni. Di positivo, di concreto e non descrivibile resta al viaggiatore una  grande felicità di essere nel nostro bel paese.

Anna Maria Carpi


C’è chi / la poesia alle elementari

C’è chi
quando è contento
lava anche tutti i piatti
e ci sta tutta la sera
girato di schiena
sul lavello
perché un sorso di felicità
muove tutto il corpo
e ognuno balla come sa.
La gioia è un ospite
che accende il ridere
come si accende un cerino nella notte.
Anche gli astronauti si voltano.

 

Francesca Serragnoli (Bologna, 1972), da Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010)


Primal

To know a language from within,
Like this house whose keyhole
You slot first time in the dark,
Whose switch you find at a touch,
Give up your hard-bound books,
Find the source of the word.

Beneath speech’s ebb and flow,
There’s the force that moves rivers,
That moulded slippery clay,
Making an orifice for the wind
That whistled and whistled,
Until a mouth emerged and cried.

The order that created light
Wasn’t a test of what will could do,
But a long, desperate howl
Later deciphered as syllables:
A god’s need to be soundly defined
By the scope of the universe.

The necessity that draws a stone
To oneness with its name
Is like the instinct that screams
For the silence of the breast –
Galactic vowels that sustain life
And give the lyric strength.

You know a language to is roots
When torn from your mother tongue
And exiled in speechlessness:
A migrant or refugee
Yearning to be understood,
Extending a lined, eloquent hand.

Tom Petsinis (Macedonia, 1953), da Breadth for a Dying Word (Australian Scholarly Publishing, 2013)

Primigenio

Per conoscere una lingua dall’interno,
Come questa casa, come la serratura
Che infili al primo colpo nel buio,
Come l’interruttore che riconosci al tatto,
Rinuncia ai tuoi libri rilegati
Trova l’origine della parola.

Sotto gli alti e i bassi del discorso,
C’è la forza che muove i fiumi
Che plasmò l’argilla scivolosa
Creando un orifizio per il vento,
Che fischiò e fischiò
Finché una bocca emerse e urlò.

L’ordine che creò la luce
Non fu prova di ciò che può la volontà
Ma un lungo grido disperato
Decifrato più tardi in sillabe:
Il bisogno di un dio di essere definito a pieno
Dall’estensione dell’universo.

La necessità che spinge una pietra
A essere cosa sola col suo nome
È come l’istinto che urla
Per il silenzio del petto –
Vocali galattiche che sostengono la vita
E danno forza alla lirica.

Conosci una lingua nel profondo
Quando sei strappato alla tua lingua madre
E vivi l’esilio dell’essere senza parole:
Un migrante o rifugiato
Che vuole essere capito,
Allungando una mano segnata, eloquente.