La mia memoria è la memoria della neve

La mia memoria è la memoria della neve. Il
mio cuore è bianco come un campo di erica.

In labbra gialle la negazione fiorisce. Ma esiste
un noce dove abita l’inverno.

Un lontano noce, piegato sull’acqua, dove
vanno a morire i guerrieri più vecchi.

In uno stesso esterno si disfano i giorni e la
desolazione corrode i segni del suicidio:

globi tra i rami del silenzio e un animale senza
nome che si addensa sul mio viso.

Julio Llamazares (Vegamiàn, 1955), da Poesie complete (Amos edizioni, 2011)

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Io credo nel credere / la poesia alle elementari

Io credo nel credere.

Per credere faccio l’orto e il pane. E imparo ogni giorno a tacere lavorando, tessendo il tempo, accettandolo.

Imparo i significati del fare, del rispettare e amare le creature che sorgono e, sorgendo, immediatamente invecchiano. Benedico l’invecchiamento: il mio, prima di tutto. Canto la poesia dentro di me, prima ancora di agire nell’alfabeto. Viaggio non verbale tra gli elementi.

 

Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959) da Abse (Ponte del Sale, 2013)


Un mollusco al pranzo di Natale

                                                                                                                              a Emilio Rentocchini

Le luci sono fioche
molto più fioche quest’anno
e il freddo punge
Il disagio puoi crederlo sottile
ma come ammucchiate sotto un tunnel
nel chiuso delle case le famiglie
già da ore non sanno cosa dire
eccetto la sfilza di ricordi
di Natale in Natale più abnormi
recitati da profili spiegazzati
fissi ai soliti posti
quando tutta la tavola ricopre
una coltre di brina così spessa
da sembrare tela grezza,
se poi fanno fatica a sopravvivere
anche l’alga il lichene la valva
dell’unico mollusco risparmiato
e tutto è polverio indistinto
impercettibile pigro 
sussulto del creato

 

Alberto Bertoni (Modena, 1955), da Traversate (SEF, 2014)


Medaglioni

Und einmal schliefen wir im tiefsten Mittelalter,
Verschanzt in einem Bergnest, hinter
Feldsteinmauern.
Nachts kam Besuch in dicken Wollpullovern –
Falter,
Die an die Schlafen trommelten. In Ecken lauernd,
Gab es da Drachen wie am Domportal,
eidechsenklein.
Der Tag kroch langsam durch die engen, steilen
Gassen.
Schildkroten warn wir, unser Panzer dieser graue
Stein,
Schon mittags mude, leicht von Schattenhand zu
fassen,
Unter den Bauern, Frühaufstehern hier die einzig
Trägen.
Ein Gang durchs Stadttor reichte, um uns zu
beglücken
Mit Panoramen früher Tafelbilder, Genreszenen.
Grossmütter trugen ihre Enkel auf dem krummen
Rücken.
Beim Metzger nebenan sang hell die Knochensäge.
Und ein Jahrhundert lag in einem Katzengähnen.

Durs Grünbein (Dresda, 1962) da Strofe per dopodomani (Einaudi, 2011)

Una volta dormimmo nel più profondo medioevo,
trincerati in un covo montano, dietro blocchi di pietra.
La notte avemmo visite in spessi pullover di lana –
falene
a tamburellarci le tempie. In agguato negli angoli
draghi da portale di duomo, ma piccini come lucertole.
Il giorno strisciava lento per le stradine ripide.
Tartarughe eravamo, il carapace quella pietra grigia,
già stanchi a mezzodì, facili prede dell’ombra.
Fra i contadini che si levano presto gli unici pigri.
Passar la porta del borgo bastò a rallegrarci
con panorami di vecchie pitture su tavola, scene di
genere.
Le nonne portavano i nipoti sui dorsi curvi.
Dal macellaio vicino il limpido canto della sega per ossi.
E in uno sbadiglio di gatto c’era un intero secolo.

 


Coltello lunghissimo e stretto

Coltello lunghissimo e stretto
due persone la tengono
una terza porge fieno,
circondata da buone intenzioni
la bestia si calma, mangia
addirittura la mano dell’uomo,
all’improvviso una quarta figura
si avvicina da dietro
con uno sguardo calcola la posizione
tra testa e collo come si dice
punta delicatamente il coltello e spinge
con tutta la sua forza.
La bestia crolla
strabuzzando gli occhi
bianchi.

 

Ivano Ferrari (Mantova, 1948), da La morta moglie (Einaudi, 2013)


No, no nus capisin pui

No, no nus capisin pui
dicevi iò, proprit no nus capisin:
inutil nu’ stâ denant,
lu tente dome cui ch’al cjale,
sperant religion,
lis imaginutes de caroces,
chês parsore li’ cjadrees dai trenos.
E tu no tu as pui spazios:
dome angui
‘n miêc tun vagon e ‘n altri.

 

Flavio Santi (Alessandria, 1973), da Rimis te sachete (Marsilio, 2001)

 

No, non ci capiamo più
dicevo, proprio non ci comprendiamo:
inutile starci davanti,
ci prova solo chi guarda,
sperando religione,
i santini delle carrozze,
quelli sopra le poltrone dei treni.
E tu non hai più spazi:
solo angoli
tra un vagone e l’altro.


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i personaggi si muovono a tempo di musica
con brani originali disney

per i più piccoli sarà
un grande natale

 

Alessandro Broggi (Varese, 1973), da Avventure minime (Transeuropa, 2014)