La rosa che non vuoi ricevere

La rosa che non vuoi ricevere
quella che non puoi offrire
cresce nella sua gloria senza nome,
sopra scarpate o ghiacci
nel silenzio, ma cresce solitaria
fuori dal tempo, fuori dallo spazio
visibili; sta lì a ricordare la cosa
che hai visto una volta, sta lì
a ricordare la rosa.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Argéman (Marcos y Marcos, 2014)


Il cuore non è mai al sicuro e dunque

Il cuore non è mai al sicuro e dunque,
fosse pure in silenzio, non vantarti
della vittoria o dell’indifferenza.
Rendi comunque onore a ciò che hai amato
anche quando ti sembra di non amarlo più.
Te ne stai lì tranquilla? Ti senti soddisfatta?
Potresti finalmente dopo anni
d’ingloriosa incertezza, di smanie e umiliazioni,
rovesciare le parti, essere tu
che umili e che comandi? No, non farlo,
fingi piuttosto, fingi l’amore che sentivi
vero, fingi perfettamente e vinci
la natura. L’amore stanco
forse è l’unico perfetto.

Patrizia Cavalli (Todi, 1947) da Datura (Einaudi, 2013)


Il lavoro di lima

Finché il ghiaccio regge, pensavamo
Vedendo i due aggrappati alla banchina.

Eravamo già noi, lo sapevamo,
Iniziò subito il lavoro di lima.

Noi due tra i vasi sul balcone
A guardare insieme ad ammirare
Quel che riesce a fare la natura
Quando si attorciglia.

 

Franco Buffoni (Gallarate, 1948), da Jucci (Mondadori, 2014)


Ho visto i tuoi passi, stamattina

Ho visto i tuoi passi, stamattina
e non mi sono piaciuti.
Sono passi che non contano più.

A spasso io e te ci portiamo
all’unisono senz’altro camminiamo:
fa finire la domenica.

E al risveglio…
non badarci, no
per un’altra settimana.

 

Alessandro Pancotti (1982), da Le iniziali (Lietocolle, 2014)


Limoni

Ci sono zone dell’appartamento
inabitabili, altre fin troppo
abitate. Sedie su cui è vano
sedersi, o impossibile pensare,
o trovare una postura di adulto
vertebrato. I metri quadri
giurati dall’agenzia di giorno
in giorno raccorciano, ma senza
un ordine, a sproposito.

Di fronte, è senza cielo: specchi
d’esistenza nel quadro fisso
della finestra. Di notte o di giorno,
è lo stesso: l’immota cucina
che l’anziana ogni tanto anima
ingoiando minestra da un cucchiaio,
le dita a mietere atomi di pane.
O la donna che strofina per ore
i sanitari, finché si allunga spossata
sotto la nube azzurra dello schermo.
O la più giovane, che allo specchio,
prima di dormire, indossa intero
il proprio guardaroba, solitaria.

Di qua stanno i limoni.
Un mucchio, nel piatto afgano,
pronti a cader fuori. Deformi,
grandi come patate, con l’adesivo
Duck e il marchio registrato
sulla scorza rugosa. Li ha venduti
il magrebino più a buon mercato.
Li beve lei, per ogni evenienza,
con acqua fredda o calda, per niente,
per sicurezza, salute. Io colgo
le loro bucce deformi, strizzate,
guardo nei vani dov’era il succo,
guardo il loro piccolo vuoto
negli occhi.

Andrea Inglese (Torino, 1967), da La distrazione (Luca Sossella, 2008)


Intanto vedo che non vieni / la poesia alle elementari

Intanto vedo che non vieni
per cena, che non ci sei
in mezzo alla piazza
tra i piccioni e la giostra,
che ti bagnerai fino alle ossa,
ti ammalerai adesso che piove
e hai dimenticato l’ombrello
accanto alla porta,
che non chiamerai per avvisarmi
e non ci sarà più niente,
proprio più niente
da chiederti.

 

Stefano Simoncelli (Cesenatico, 1950), da La terza copia del gelo (Pequod, 2012)


lui mi ha portato tanto

lui mi ha portato tanto
lui mi ha tolto la morte:
a pena avresti
riconosciuto il nome
mio o di un altro.
Chiedeva: “avrà smesso di piovere?”
Io avevo ancora gli anni
per saperlo, per entrare
in casa e uscire
ferendomi o al riparo, mentre lui
seguiva l’accadere con un dito
sapeva dove andavano le vene.

Franca Mancinelli (Fano, 1981) da Pasta madre (Nino Aragno ed., 2013)