E io che guardo e chiedo

E io che guardo e chiedo
se potrà mai finire. Ancora un’ora
triste e non ho nulla
più da offrire. Però c’è stato
un tempo, sì, c’è stato

ma scrivere oggi non mi salva
le parole cui contavo
di affidare tutto il male del mondo.

Suona un disco fatto di vinile
l’onda celeste e meccanica
sale dentro il cielo di polvere
tu credimi, che a volte
vorrei il coraggio di non sapere.

Siamo sempre più felici
se crediamo di non essere in pericolo.

Nicola Bultrini (Civitanova Marche, 1965), da La specie dominante (Nino Aragno Editore, 2014)


Ancora adesso

Basta tenere aperte le finestre
nella bella stagione, per sentire
a tarda notte le stesse sirene
(l’ambulanza che squarcia e poi scompare
dissimulata nelle nostre vene);
cogliere quelle luci, il palpito
sottovuoto dei lidi di Gallipoli.

Scorgere senza montare, appiedata
a eccezione di rari portaordini
per la corsa di pochi metri prima
dell’abisso sicuro, la brigata
in maniche di camicia e moschetti
scarichi, baionetta dell’impero.

 

Massimo Bocchiola (Pavia), da Mortalissima parte (Guanda, 2007)


L’istante che è appena trascorso

L’istante che è appena trascorso mentre staccavi la mano dal ferro e guardavi oltre la ringhiera non sarebbe stato molto diverso da ogni altro attimo, e come tale avrebbe avuto senso solo in funzione di quei pochi frammenti che posseggono un valore compiuto, diventano parte di noi e si fanno ricordare. Ma proprio perché era privo di contenuto, proprio perché era occupato da un movimento del tutto fungibile che esisteva solo per preparare un attimo futuro, l’istante che è appena trascorso si è come svuotato e ti ha lasciato percepire ciò che la mente si nasconde per rimanere nel mondo: lo squilibrio che rinasce intorno agli esseri, l’instabilità che attraversa le cose, e che ora cogli nel vento nato dal lago o nei moti impercettibili di questi alberi irrigiditi dal gelo, mentre il confine che i tuoi gesti rompono e riformano è il presente, e la tua vita è una membrana sottilissima.

 

Guido Mazzoni (1967), I mondi (Donzelli, 2010)


Frissi d’amor con arte, d’amor scrissi

Frissi d’amor con arte, d’amor scrissi
senz’arte . . . rifritture di riflussi
riscrissi . . . fuor d’ellissi: pissi pissi.
In rime parossitone mi strussi.

Scema, cosi, al naturale, abissi
non sondai, né riflessi colsi o influssi,
afflussi e deflussi male scissi,
e sulla rena disfeci o costrussi.

Risi, mi afflissi, mi rosi… Fui sussi,
testa di turco e testa anche di cazzo,
lessi assai e nulla trassi… Ti sconfissi

o mio cuore, discussi dei tuoi flussi
e sconquassi, li ressi in imbarazzo…
Vissi o non vissi? Se vissi, malvissi.

 

Patrizia Valduga (Castelfranco Veneto, 1953), da Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi, 1989)


Nunarli’ / la poesia alle elementari

Int e’ camp dla tu vita
l’ è arivé e’ parghér
e incó ci tè
e’ códal d’arvulté
S’ l’ è e’ vera
ch’ la zênt bóna
la va int e’ zél,
ch’ tè t’ pòsa
arivé int una stëla
Róssa
At salut nunarlì
cun l’ abraz
d’ un camp ed grã’
al su rusêtt

 

Nonnino.// Nel campo della tua vita / è arrivato l’aratro / e oggi sei te / la zolla da rivoltare // Se è vero / che le persone buone / vanno in cielo, / che tu possa / arrivare su una stella / Rossa // Ti saluto, nonnino / con l’abbraccio / di una campo di grano / ai suoi papaveri

Carlo Falconi (Castel S. Pietro, 1975),  da Blëc (Tempo al Libro, 2008)


La bella Cecilia

Ai tavolini del caffè
si aspettava la sera
in comitiva varia:
un poeta, un pittore,
qualche fanciulla in fiore.
Chiedono di Lorenzo
e si scopre che è un cane;
parlano del Khane
e invece è un uomo.
Cecilia tra di loro
è un semplice pacchetto
portato da qualcuno, messo lì,
ripreso, accompagnato
a casa, al bar,
con un certo riguardo
perché porta la scritta
“fragile” nello sguardo.
E per istanti, con il fiato in gola
come precipitasse in un burrone,
può capitarle d’essere affidata
ad amici di amici,
sconosciuti:
“Torno. Cinque minuti.”
Resta così
con un signore ignoto
che anche lui
guarda non si sa dove
dietro le lenti scure
ai tavolini
del solito caffè.
E quel tale le dice:
“Essere pronti è tutto.”

Bianca Tarozzi (Bologna, 1941) da Il teatro vivente (Scheiwiller, 2007)


Che poi

Che poi-
anch’io sono voi.
E voi siete io, si sa.

Ma sarà vero?
Guardo la schiera delle vostre facce,
così chiare e segrete
qui di fronte, il riflesso
della mia, là, nel buio del finestrino.
Guardo le schiene, i baveri, gli stivali.

Se siamo uguali, se
siamo lo stesso,
che cos’è questo male,
questo bene
che ci separa?

Umberto Fiori (Sarzano, 1949) da Voi (Mondadori, 2009)