Prijatelj, kozarec vina mi daj

Prijatelj, kozarec vina mi daj
tako, še enega, še ga nalij.
Za pesem bo ta,
ta za spomin,
tretjega pila bova pozneje.
Ne boj se, nalij, nalij!
Prijatelj, kozarec vina mi daj;
za tiste, ki jih več ni,
za pesem, za žalost obenem, nalij, nalij!
Da svet bo lepši, vesel,
zato ga daj,
zato ga nalij!
Praviš, da bova pijana?
O ne, prijatelj, pijanosti ni.
Zato, prav zato ga nalij!

Jurij Paljk (Velike Žablje, 1957), da Kako je krhko [Com’è fragile] (Goriška Mohorjeva, 1999)

Amico, dammi un bicchiere di vino,
ecco, così, versamene un altro, un altro ancora.
Questo sarà per il canto,
quest’altro per il ricordo
e il terzo ce lo berremo più tardi.
Non temere, versa, versa!
Amico, dammi un bicchiere di vino;
per quelli che non ci sono più,
per il canto e la tristezza insieme, versa, versa!
Perché il mondo diventi più bello, più allegro,
dallo per questa ragione,
versamelo!
Mi stai dicendo che ci sbronzeremo?
O no, amico, l’ebbrezza è esclusa.
Per questo, proprio per questo versamelo!

Traduzione di Jolka Milič


Non servivano un piglio da segugio

Non servivano un piglio da segugio
o sensi apertissimi per distinguere
nella polvere annidata la traccia.
Ci colse la conoscenza del vento
che tirava impreparati una sera.
Del tutto mai chiarito fu il momento
preciso del sorpasso: accadde ancora
una volta che là fuori nel cosmo
qualcosa si sganciasse, poi partisse
imprendibile per noi, velocissimo.

Marco Bini (Vignola, 1984), da Conoscenza del vento (Ladolfi, 2011)


In dóv

e’ pê che i pont
i s’purta d’là da nó
nench se incion
u n’e’ sa brisa in dóv

d’s-ciota i pasa zet
i tir ad nebia o un fil
d’un’acva vérda e stila
ch’u si véd e’ fond

e nó a ve so
(dida-giazul)
a fê d’sega a cvi
ch’i s’pérd ‘t e’ vent

Giovanni Nadiani (Cassanigo di Cotignola, 1954), da Feriae (Marsilio, 1999)
pare che i ponti
ci portino oltre noi
anche se nessuno
sa dove.

di sotto passano muti
i tir di nebbia o un filo
d’acqua verde e sottile
da vedersi il fondo

e noi quassù
(dita-ghiaccioli)
a far cenno a quelli
che si perdono nel vento…


Mora

Šta to radiš, sine?

Sanjam, majko. Sanjam, majko, kako pjevam,
a ti me pitaš, u mome snu: šta to činiš, sinko?

O ćemu, u snu, pjevaš, sine?

Pjevam, majko, kako sam imao kuću.
A sad nemam kuće. O tome pjevam, majko.

Kako sam, majko, imao glas, i jezik svoj imao.
A sad ni glasa, ni jezika nemam.

Glasom, koga nemam, u jeziku, koga nemam,
o kući, koju nemam, ja pjevam pjesmu, majko.

Abdulah Sidran (Sarajevo, 1944), da Il grasso di lepre. Poesie 1970-2009 (Casagrande, 2010)
L’incubo

Che stai facendo, figlio?

Sogno, madre mia, sogno che sto cantando,
e tu mi chiedi, nel sogno: che stai facendo, figlio?

Cosa canti nel sogno, o figlio?

canto, madre mia, che avevo una casa.
E adesso la casa non ce l’ho. Questo canto, madre mia.

Avevo la mia voce, o madre, e la mia lingua avevo.
E ora non ho né voce né lingua.

Con la voce che non ho, nella lingua che non ho,
dalla casa che non ho, io canto la mia canzone, o madre.

(Traduzione di Silvio Ferrari e Nadira Šehović)


La risposta

Il passo si accosta al muro di cinta.
E’ una breve passeggiata di giugno,
col tempo incerto delle domande
e una luce vaga nel silenzio del pranzo,
quando la prima goccia
sorprende anche il sospiro,
che subito si stringe e cade
sotto la grandine dei no,
dei non ancora.

 

Nicoletta Bidoia (Treviso, 1968), da Come i coralli (La Vita Felice, 2014)

 


Oltre la pagina / la poesia alle elementari

La poesia ha parole pesanti
che in queste strane pagine
sembrano mobili e leggere.
Viaggiano quasi imprendibili,
cangianti, e disorientano
la nostra vecchia mente di carta.
Chissà se in questa luccicante
casa in affitto
troveranno dimora stabile,
amica, e dunque vita
che si rinnova autentica.
Credo di sì, perché la poesia
chiede di spargersi e andare
lieve e piana nel mondo,
che forse non lo sa
però la sta aspettando.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da Come una nave (L’Arca Felice, 2008)


Scilla

Not I, you idiot, not self, but we, we-waves
of sky blue like
a critique ok heaven: why
do you treasure your voice
when to be one thing
is to be next to nothing?
Why do you look up? To hear
an echo like the voice
of god? You are all the same to us,
solitary, standing above us, planning
your silly lives: you go
where you are sent, like all things,
where the wind plants you,
one or another of you forever
looking down and seeing some image
of water, and hearing what? Waves,
and over waves, birds singing.

Louise Gluck (New York, 1943), da The wild iris (1992, trad. it.:L. Gluck, L’iris selvatico, a c. di Massimo Bacigalupo, Giano ed., 2003)

Scilla

Non io, idiota, non il sé, ma noi, noi: onde
di blu-cielo come
una critica del paradiso: perché
fai tesoro della tua voce
quando essere una cosa
è essere pressoché nulla?
Perché guardi su? Per udire
un’eco come la voce
di dio? Per noi siete tutti uguali,
solitari, alti sopra noi, programmando
le vostre sciocche vite: andate
dove siete mandati, come ogni cosa,
dove il vento vi pianta,
e l’uno o l’altro di voi guarda
sempre giù e vede qualche immagine
d’acqua, e cosa sente? Onde,
e sopra onde, uccelli che cantano.