Rumore, fa’ silenzio! / antologia, Valerio Magrelli

C’è gente che trova figure
nascoste nella carta da parati
o nelle nuvole.
A me succede lo stesso coi rumori.

Per essere più esatti, ho un vecchio phon
che appena si accende comincia a vibrare
e man mano
emette un lamento profondo.
E’ l’elica difettosa, o i cuscinetti a sfera,
non ne ho idea,
ma so che inizia a intonare una trenodia,
o meglio, a sussurrarla sottovoce.
Prima si avvertono solo suoni indistinti,
una folla che fugge, moto che si avvicinano,
ma facendo attenzione
appaiono via via urla, richiami.

Io mi concentro; una sera, addirittura,
sono arrivato a bruciarmi, tale è lo sforzo
per afferrare il groviglio, il nodo acustico
dell’asciugacapelli.
Perché il suo sferragliare non resta sempre uguale:
più dura, più si sciolgono gli intrecci
del fragore, le voci si distinguono.
Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari:
un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti
per seguire la fasi di un rastrellamento
in un lontano villaggio dei Balcani.

A volte ne esce uno squillo familiare,
credo che sia il telefono, spengo,
vado a rispondere,
ma non c’è mai nessuno: quei segnali,
si vede che provengono da un’altra parte,
sempre.
Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.

La verità è diversa:
mentre mi punto alla tempia quell’attrezzo
che sembra una pistola,
viene fuori il racconto di storie terribili,
fucilazioni, il pianto di bambini.
E’ come una confessione non richiesta,
una registrazione spedita per errore.
Che c’entro, io, con tutto questo sangue,
io che mi voglio solo asciugare la testa?
Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,
prima di sprofondare in quell’orrore
e assistere impotente a certe scene.
Meglio bagnato, allora.
Mi verrà il torcicollo? poco male.

 

Valerio Magrelli (Roma, 1957),  da Il sangue amaro (Einaudi, 2014)

 

È un testo esemplare, questo, dell’importanza che in poesia riveste il fenomeno dell’immaginazione acustica. Mossa da una dominante di umor nero, con il fortissimo contrasto fra l’atto domestico e quotidiano dell’asciugarsi i capelli dopo la doccia; e l’evocazione di scene cruente e di “storie terribili” (come se ne vedono ogni giorno alla televisione), la poesia attribuisce ai rumori prodotti dal “vecchio phon” di casa una facoltà immaginativa del tutto sorprendente. Nel discorso poetico in sé, l’andamento ritmico-prosodico si salda sempre alla dimensione figurale che è prodotta dal lavoro di metafore, metonimie, paragoni, di volta in volta suscitando evocazioni del passato, facendo rimbombare gli stridori che accompagnano gl’incubi, condensando le immagini del sogno o mettendo in prospettiva i paesaggi dell’utopia, della speranza, del fingersi un altro mondo ad occhi aperti. In questo caso, Magrelli è bravissimo a ricostruire una sorta di horror cinematografico, facendo affiorare dal rumore discontinuo e pieno di scoppiettìi di un utensile domestico che ha semplicemente fatto il suo tempo una serie di lingue disparate e minacciose, dentro una congerie rumorosa e traumatica di sottofondi acustici ben poco rassicuranti. I miraggi uditivi possono anche mettere in contatto con un’”altra parte” della realtà, ma quest’altra parte – che sembrava “familiare” come lo squillo del telefono – è minacciosa e inquietante, sospesa fra “errore” e “orrore”, nello straniamento di una domesticità capovolta di segno, capace di proiettare l’io testuale (e mai come in questo caso si può aggiungere che le metafore prodotte dai poeti grandi sono sempre “vere”, per chi legge) dentro lo choc percettivo che alla fine – grazie a un felicissimo contraccolpo umoristico – gli farà preferire senz’altro un torcicollo.

(Alberto Bertoni)

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