Quello che si può fare

Quello che si può fare
è preservare i luoghi inaccessibili. Costoni
impervi striati di ghiaccio,
rive non accostabili, gole.
Tracce di vita animale che ci sfugge.
Proteggere il silenzio con parole
minime, rispettose, memorabili.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010)

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Metrò / antologia, Titos Patrikios

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

 

Titos Patrikios (Atene, 1928), da La resistenza dei fatti (Crocetti, 2007)

Oltre alla testimonianza civile, all’amicizia, al viaggio, al mito, un altro sguardo presente nella poetica di Patrikios è l’eros. O l’amore. Patrikios, sempre fedele al metro libero, non potrebbe mai scrivere d’amore alla Prévert o alla Neruda. Quando sviluppa questo tema il suo verso è piano, colloquiale, dove tuttavia prende corpo una potente forza espressiva. Ciò è dovuto, appunto, proprio all’assenza del simbolico, sostituito dal metaforico. Così il passato, come nel caso del componimento “Metrò” (datata 1959), non è mai usato per un esclusivo raffronto nostalgico. La capacità di Patrikios, alla maniera di Szymborska, sta nel “potenziare” ogni attimo che passa, nella possibilità di distinguere ciò che rimane da ciò che ci attraversa. Molto sarà dimenticato, ci dice il poeta, escluso ciò che ci ha indirizzato (o costretto) a una predisposizione attiva nei confronti della vita. Non sono necessari grandi eventi per tali scopi. È l’istante votato all’eccellenza che conta, rintracciabile anche nel semplice ricordo di un viaggio in metrò.

Mary Barbara Tolusso


I simulacri e le cose / antologia, Titos Patrikios

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.
Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.
Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.
Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce. **
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

 

Titos Patrikios (Atene, 1928), da La resistenza dei fatti (Crocetti, 2007)

 

Poeta greco, appunto, Patrikios ha sviluppato un rapporto originale con il mito classico e la tradizione. È sempre stato attento alla pericolosità di certi richiami, agli allettamenti che potrebbero deviare dalla più cruda realtà. Ne “I simulacri e le cose” – tratta da “La resistenza dei fatti”, edito nel 2000 – i riferimenti alla tradizione sono diversi (da Omero a Kavafis a Goethe), ma non sono mai sfruttati per abbellimenti letterari, vengono invero costantemente applicati (adattati) al presente, a vicende attuali. Ritorna quindi quella concretezza che non impedisce la capacità evocativa. Il poeta riesce a farne una questione di poetica e tecnica, togliendo per esempio le sovrastrutture simboliche (nella vita e nella scrittura). Nella poesia di Patrikios c’è infatti metafora, ma mai simbolismo e ciò disinnesca ogni inganno, anche nelle cose più ordinarie. In questo testo per esempio, viene perfettamente sviluppata la tematica della lucida consapevolezza dell’incoerenza, anche nei suoi tratti positivi, nel movimento necessario che sottostà alla vita e alla scrittura. E lo fa con esempi concreti, evidenziando anche la questione arte/vita, scevra di qualsiasi moralismo, restituendo alla poesia il suo giusto valore, a prescindere dal poeta.

Mary Barbara Tolusso


Debito / antologia, Titos Patrikios

Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e cronologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto,
ma colpì l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Così, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.

 

Titos Patrikios (Atene, 1928), da La resistenza dei fatti (Crocetti, 2007)

Titos Patrikios, considerato oggi il poeta nazionale greco, nella sua opera presenta molti sguardi. La sua è indubbiamente una poesia di testimonianza, ma attenzione, intendiamo “testimonianza” nel senso più verticale del termine. Patrikios non ha mai considerato la poesia come un elemento che abbia un qualche potere sulla politica o sul corso della storia, per cui non va considerato come un cantore dell’ideologia. Ne è un esempio “Debito”, tratto dalla raccolta Tirocinio (1957). Emerge la necessità di non dimenticare: “e tutto il tempo che mi resta/ è come se mi fosse stato regalato dai morti/ per narrare la loro storia”, ma di più è messo in luce il fatto che l’evento storico che fa da sfondo (sintetizzato in quella pallottola mancata), non si limita a divenire una riflessione su una specifica vicenda, ma si traduce in una considerazione più collettiva, più esistenziale: il riscatto della nostra stessa esistenza, il senso del partecipare, la vita quale dono. Anche qui, come nelle altre composizioni di Patrikios, non c’è spazio per descrizioni inutili o abbellimenti epici. È una poesia “concreta”, essenziale, con uno sguardo sempre prensile alla realtà. 

Mary Barbara Tolusso


STORNI nell’aria / la poesia alle elementari

STORNI nell’aria,
migrano questi figli dell’autunno,
una mano gigante li ha lanciati
su in cielo. Sbandano, ritornano,
nel loro giubilo d’essere nessuno,
i bimbi del creato.
Tutti via, poi il gioco ricomincia,
il gioco in alto, al freddo, senza tempo.
Non c’è gioco per noi, noi giù nel tempo
per le vie del quartiere.
Foglie, una cosa sola, solo qualche fruscio,
un giacere comune, ultimi battiti,
poi una terrea quiete.

 

Anna Maria Carpi (Milano, 1939), da Quando avrò tempo (Transeuropa, 2013)


Nessuno può fraintendere

Nessuno può fraintendere dire
che ha capito male, la lezione
è chiara: continuare a vivere
vivere fino all’ultimo colpo di tosse
con gli aghi nella vena
le bende ai polsi le macchine
a guardarci finalmente dentro
e in casa quell’armadietto bianco
lo si apre come un tesoro si sceglie
il flacone più gustoso.
Continuare la vita, sì, la vita.

Giulia Rusconi (Venezia, 1984) da Suite per una notte (LietoColle, 2014)


Senza un disinvolto piacere

Senza un disinvolto piacere
ti accorgi che il corpo
ha un’altra lingua
e che ogni parola
è un inverno teso.
Ciò che cova la magnolia
è lo stormo in attesa
di cibo, e tutta la luce
che in un giorno sorpassa
predatori e prede.
Tu non dirmi “col tempo”,
non ho avuto, non ho dato,
confluenze e scarti
ci hanno pagato ogni incontro.
La tua esperienza e i miei occhi
sono un proiettile nel tempo.

Maria Borio (Perugia, 1985) da Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2009)