La scuola è finita. Buona estate!

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Fili de Pute

Quasi illeggibili ormai le parole. Vi si arriva
seguendo crosci d’acqua misteriosi, scale nere
consunte e ad ogni svolta un cunicolo che vaga
nel silenzio di un muro o di una tenebra
analfabeta e muta. Scancellata
dal tempo, l’iscrizione sopravvive solamente
nelle aule scolastiche: le prime
sillabe vere della lingua che parliamo
sono sillabe di scherno e di potere, ordini secchi e ingiurie
di un padrone ai suoi servi, e anche un invito alla tortura
di un uomo troppo clemente e forse santo: «traite,
fili de le pute. Traite!». Ma Gosmario
Albertello e Carvoncelle: chi erano? Che paure o speranze
li agitavano? Possiamo forse immaginarli nelle sere dell’Urbe
piegati di fatica mentre imprecano e cercano
dentro il caldo di giugno un altro caldo
forse di pane o di donna nei dolori
di un tempo senza tempo né futuro, senza ieri o domani
e senza pace o salvezza.
E se mille anni più tardi il vento di un refuso da computer
spazza via una dentale, Albertello, il povero Albertello si trasforma
sulla nitida dispensa in Alberello. «Professore che albero era
questo alberello, poi? Forse una quercia? Una betulla? Un acero?» potrebbero
chiedere allora in buona o cattiva coscienza
legioni di studenti. «Era davvero un alberello, carissimi,
antenato dei vostri genitori e di voi stessi; un alberello
meraviglioso e precario dentro il bosco
della storia di noi tutti, fragilissimo e fiero,
prigioniero innocente o colpevole travolto
dall’incendio dei giorni che divampano
e scompaiono nel vento e si traducono
in un sospetto d’erba e di luce e di prato, in una curva
imprecisa del terreno, e ancora in meno, sapete,
ancora in nulla o quasi nulla, come un sasso,
o un frammento di sasso, o un po’ di polvere
che ondeggia sopra un fiume e poi scompare,
in una cenere spersa, in un velo
di ossa frantumate. Ma Alberello/
Albertello e i suoi amici sgraziati,
figli di buona donna come ogni povero cristo,
miseri schiavi, schiene da frustare, carne
inessenziale e non memorabile, parlavano
come parliamo noi,
nel nostro affannoso dialetto.

Non vi basta a guardarli, cari,
con reverenza ed affetto?»

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), dall’inedito Argéman (lapoesiaelospirito.wordpress.com)

 


My sister

Two summers ago when I was going nuts
I thought my sister’s ghost lived in our garden.
My shoulders felt warm, and I confided.
Let me say she was real, then, as a tongue
you can bite. Let me say I knew she was
very good at hockey, and fun as a tent.
She painted roughly, but well, liked boys
with beards but not sex with boys with beards.
Her hands were the same size as mine.
Her voice seemed unaffected by gravity
and she would often discover herself
holding a table’s attention. She told me
her ideal man was Picasso, and that her
biggest regret was not putting her name
firmly onto living, slipping beneath it
before she was born. And i regret it
in the garden with the dead fireworks,
my face going wet, everything crashed
on this wall, another summer coming on.

Jack Underwood (Norwich, 1984) da Wilderbeast (EDB, 2013)

Mia sorella

Due estati fa mentre stavo impazzendo
pensavo che il fantasma di mia sorella vivesse nel nostro giardino.
Sentivo le spalle calde, e confidavo.
Lasciatemi dire che era reale, come una lingua
che puoi mordere. Lasciatemi dire che era
molto brava a hockey, e divertente come un campeggio.
Dipingeva ruvidamente, ma bene, le piacevano i ragazzi
con la barba ma non il sesso con i ragazzi con la barba.
Le sue mani erano grandi come le mie.
La sua voce sembrava indifferente alla gravità
e si sarebbe spesso scoperta
attirare l’attenzione dell’intera tavolata. Mi raccontava
che il suo uomo ideale era Picasso, e che il suo
più grande rimpianto era non aver messo il suo nome
fermamente dentro la vita, scivolandoci sotto
prima di nascere. E mi rammarico
nel giardino tra fuochi d’artificio esplosi,
la faccia inumidita, ogni cosa infranta
su questa parete, un’altra estate che arriva.


invidierai l’aria che rimane

invidierai l’aria che rimane
sospesa oppure immersa
là dentro agli alberi, nella pianura
sarai il battito chiuso di quei polsi
in stagioni di luce elettrica,
lo sguardo che gratta la vernice
e segna la sua nascita e il suo amore;
ma prima che squilli la porta e torni
lo stormire di tv senza canale
formicolando grigia come il mondo
visto dalle astronavi dei non nati
tu decrepita per molta ingenuità
sillabando con fatica
con la mano destra stretta
avrai ancora una parola
calda al ferro della cella.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), da Mala kruna (Manni, 2007)


L’ultimo giorno

Non c’è niente da fare l’ultimo
giorno, guardare soltanto
la scala quaranta e fuori i tornei
sui campi sintetici, ovunque nachos
con Coca e sfogliatine, la pelle
già moka per i soli in piscina, noi e loro
come ebbri in attesa del suono
che arriva e libera tutti.

Ma in sala insegnanti sempre scopri
la prof che rimane più del tempo:
lega i compiti con le fascette
e sbarra con la biro i registri.
Troverà, uscendo, le strade più sgombre,
più duro, a casa, il pane in cassetta.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980), inedito


Convinto

Ormai loro parlavano, parlavano,
e io zitto, come si sta
quando si ha in bocca il trapano del dentista.
Solo ogni tanto a gesti, o con un verso,
facevo segno di sì,
di sì, che ero d’accordo.

Ero alle corde,
a furia di domande; ero preso
in una rete di argomenti
sempre più forti,
sempre più stringenti.

Perché è così: quando ti chiama quello
che mette in ordine il mondo,
quello che tiene insieme
persone e cose, quello che costringe
a darsi ragione o torto
– non si scappa, tocca dar retta,
tocca rispondere all’appello.

Ma quando si distrae per un momento
e allenta la stretta, e si sta
come una rana
in una mano aperta,
è bello.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), Poesie 1986-2014 (Mondadori, 2014)


Interpretando Mirko Vucinic

Il cielo di San Siro brulicava
di nuvoloni neri e azzurri che
formavano i colori di una squadra
detta Internazionale Football Club.

Quell’anno attaccante titolare
stentava a ritrovare la sua vena
e la difesa aveva il suo da fare
ed il portiere, poi, faceva pena.

Quest’inter la mia frangia regolò
con segnature di ottima fattura
e il pubblico di casa s’inchinò
al mio cospetto e alla mia testa dura.

Io ribadendo in rete quel pallone
la porta del futuro spalancai
nel cuore fu la gioia, l’emozione
quel campionato non perdemmo mai.

Raimondo Iemma (Torino, 1982), da Una formazione musicale (Le Voci della Luna, 2014)