Fili de Pute

Quasi illeggibili ormai le parole. Vi si arriva
seguendo crosci d’acqua misteriosi, scale nere
consunte e ad ogni svolta un cunicolo che vaga
nel silenzio di un muro o di una tenebra
analfabeta e muta. Scancellata
dal tempo, l’iscrizione sopravvive solamente
nelle aule scolastiche: le prime
sillabe vere della lingua che parliamo
sono sillabe di scherno e di potere, ordini secchi e ingiurie
di un padrone ai suoi servi, e anche un invito alla tortura
di un uomo troppo clemente e forse santo: «traite,
fili de le pute. Traite!». Ma Gosmario
Albertello e Carvoncelle: chi erano? Che paure o speranze
li agitavano? Possiamo forse immaginarli nelle sere dell’Urbe
piegati di fatica mentre imprecano e cercano
dentro il caldo di giugno un altro caldo
forse di pane o di donna nei dolori
di un tempo senza tempo né futuro, senza ieri o domani
e senza pace o salvezza.
E se mille anni più tardi il vento di un refuso da computer
spazza via una dentale, Albertello, il povero Albertello si trasforma
sulla nitida dispensa in Alberello. «Professore che albero era
questo alberello, poi? Forse una quercia? Una betulla? Un acero?» potrebbero
chiedere allora in buona o cattiva coscienza
legioni di studenti. «Era davvero un alberello, carissimi,
antenato dei vostri genitori e di voi stessi; un alberello
meraviglioso e precario dentro il bosco
della storia di noi tutti, fragilissimo e fiero,
prigioniero innocente o colpevole travolto
dall’incendio dei giorni che divampano
e scompaiono nel vento e si traducono
in un sospetto d’erba e di luce e di prato, in una curva
imprecisa del terreno, e ancora in meno, sapete,
ancora in nulla o quasi nulla, come un sasso,
o un frammento di sasso, o un po’ di polvere
che ondeggia sopra un fiume e poi scompare,
in una cenere spersa, in un velo
di ossa frantumate. Ma Alberello/
Albertello e i suoi amici sgraziati,
figli di buona donna come ogni povero cristo,
miseri schiavi, schiene da frustare, carne
inessenziale e non memorabile, parlavano
come parliamo noi,
nel nostro affannoso dialetto.

Non vi basta a guardarli, cari,
con reverenza ed affetto?»

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), dall’inedito Argéman (lapoesiaelospirito.wordpress.com)

 

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