Oigo el último / antologia, Antonio Gamoneda

Oigo el último
grito amarillo.
Atraversando
cifras y sombras he llegado.
No merecía la pena
tanto cansancio sin destino.

 

Antonio Gamoneda (Oviedo, 1931), da Canción errónea [Canzone erronea ] (Tusquets, 2012) – traduzione di Alberto Pellegatta.

 

 

Ascolto l’ultimo
grido giallo.
Attraversando
cifre e ombre sono arrivato.
Non valeva la pena
tanta stanchezza senza destinazione.

 

Il libro da cui è tratta questa breve lirica, Canzone erronea, è stato pubblicato due anni fa dall’autore ottantenne e si configura come un’ode alla vita e al corpo che, anche nella vecchiaia, ci permette di avvertire l’attrito della bellezza, seppur nei cedimenti dei tessuti. Altrove nel testo il poeta esplicita questa linea: «Amo il mio corpo; le sue vertebre spaccate… il mio cuore leggermente umido / e i miei capelli impazziti / nelle tue mani. / Amo anche / il mio sangue attraversato da gemiti. // Amo la calcificazione e la malinconia / arteriale… i midolli della tristezza, gli anelli / della vecchiaia e l’influenza / delle tenebre intestinali. / Amo i cerchi / grassi del dolore e le radici / dei tumori lividi. // Amo questo corpo vecchio e la sostanza / della sua misera clinica». Per questo la «dimenticanza dissolve la materia riflessiva / davanti ai grandi vetri / della menzogna». Ormai tutto è risolto: «in me non c’è causa. In me non c’è / più stanchezza e / un’antica distrazione: / passare / dall’inesistenza / all’inesistenza. / È / un sogno. / Un sogno vuoto». Un libro onesto e attraversato da lampi lirici di rara intensità. Un «ultimo / grido giallo», attraverso cui confessare di avere attraversato «cifre e ombre» per scoprire che forse «non valeva la pena // tanta stanchezza senza destinazione». Una poesia colta, che rimonta a Quevedo, con la visionarietà di Goya e la grazia dell’iperrealismo di un Antonio Lopez.

(Alberto Pellegatta)

 


Tu voz en dátiles sangrientos surge… / antologia, Antonio Gamoneda

[…]

Tu voz en dátiles sangrientos surge de las sustancias distribuidas sobre el mar
y su metal vuela en círculos, vuela con alas venenosas sobre ese cuerpo ya dorado, ya ciego en frutos demasiado dulces.
El algodón, más verde que los relámpagos de la infancia, exhala augurios que oscurecen la descripción del mar, la descripción del mar bajo los ojos

[sin misericordia.

Y los aceites femeninos hierven en la celebración del verano.
Este es el día del calor. Al pie del muro deseado por un solo pájaro –el portador de lágrimas en las tardes de hastío- miras las urnas de la sal, la

[oxidación esbelta de los mástiles, la longitud mortal de las banderas.

Hay negación: heridas, líquidos procedentes del desprecio, labios en las espaldas de tus hijas.
Obscenidad, dulzura fúnebre, ?quién no bebe en tus manos amarillas?

 

Antonio Gamoneda (Oviedo, 1931), da Descripción de la mentira  (Provincia di León, 1977) – traduzione di Alberto Pellegatta.

 

[…]

La tua voce in dattili sanguinosi sorge dalle sostanze distribuite sul mare
e il suo metallo vola in circoli, vola con ali velenose su questo corpo già dorato, già cieco in frutti troppo dolci.
Il cotone, più verde dei lampi dell’infanzia, esala auguri che rabbuiano la descrizione del mare, la descrizione del mare sotto occhi senza

[misericordia.

E gli oli femminili bruciano durante la celebrazione dell’estate.
Questo è il giorno del calore. Ai piedi del muro desiderato da un solo uccello –quello che porta le lacrime nelle serate fastidiose- guarda le urne del

[sale, l’ossidazione svelta degli alberi, la lunghezza mortale delle bandiere.

C’è negazione: ferite, liquidi che provengono dal disprezzo, labbra sulle spalle delle tue figlie.
Oscenità, dolcezza funebre, chi non beve dalle tue mani gialle?

 

In questo brano, proveniente sempre da Descrizione della menzogna, la voce si disfa «in dattili sanguinosi», risorgendo dalle misteriose «sostanze distribuite sul mare»; diventa un metallo che «vola in circoli, vola con ali velenose su questo corpo già dorato, già cieco in frutti troppo dolci». Così l’autore continua nella sua analisi della mistificazione, e la memoria torna a essere materica, come «il cotone, più verde dei lampi dell’infanzia». Tutto è descritto «senza misericordia» ma con umana partecipazione alla complessità del reale: «l’ossidazione svelta degli alberi, la lunghezza mortale delle bandiere».

(Alberto Pellegatta)