Al parchetto dell’autostazione

Tutto è bello,
mi dici entrando al parchetto
dell’autostazione,
mio dolce uccelletto, anche se
il dromedario di legno è scassato, lo scivolo
è arrugginito, il percorso ondulato d’assito
in più punti è sdentato, l’intero settore
che doveva essere musicale
con l’altalena sonora, il simil-pianoforte d’acciaio a pedale,
è guasto, non funziona più niente, i vandali
si sono portati via le manovelle che azionavano
l’organo pneumatico al centro del piazzale, qualcuno
ha otturato col chewing-gum
la trombetta sospesa, a soffiarci
ora emette uno strido lamentoso, nasale –
ci veniamo
al mattino, anche se non c’è mai nessuno,
in altre ore pare sia meglio
stare alla larga: zona di spaccio, si dice
e si vede a un tratto da certi
movimenti loschi, bruschi assembramenti e scatti, scambi, sotterfugi
dalla parte delle altalene: del resto anche di buonora
all’incrocio vicino, stretta in tubino, s’è vista
sostare in assetto professionale più di una “signorina” –
ma ci veniamo
volentieri, anche solo per una mezzoretta – ogni strumento
benché rovinato, ogni gioco
benché rotto o proprio perché
rovinato, perché rotto, ogni panchina
imbrattata apre ad usi impensati, scaturigini
ignorate del senso – e ti basta
per centuplicare palmo a palmo la negletta porzione
che il mondo, la città dichiara di serbare
ai suoi cuccioli, ai suoi puri futuri:
che si arrangino – completo in silenzio

Paolo Donini (Modena, 1962), inedito

-consigliato da Emilio Rentocchini


Stare con un bambino

Gli alberi sono verdi, se c’è vento
le foglie tremano, quelle sono rondini, questo posso dirti: nei millenni
attendiamo la sillaba, la clausola assolta
sul labbro, non arriva, basta
a distrarre una caramella nella vertigine, una mentina
è stata promessa all’abisso, non altro: ti porterò a scuola.
Ti porterò a casa da scuola. Ti riporterò a casa
ogni giorno dalla scuola della luce, dai licei del tremore,
quando andrai a giocare fino ai margini, ti prenderò
in tempo prima di quel vuoto. Non altro, ti porterò
a giocare sui confini.
Gli alberi sono gialli, quando piove
vuole dire che è autunno, quelli sono passeri, questo posso dirti, quando
vengono nella mano a beccare è perché
hanno fame, è perché lo so, dà loro
le briciole che abbiamo tenuto da parte, anche tu avrai fame, ti cercherò
il cibo, non altro, posso darti questo: il cibo, il luogo
sul tuo sonno, quando piangerai,
ti abbraccerò. Ti laverò. Nessuno
potrà toccarti finché sarò con te, ti sosterrò
quando ti alzerai e ti terrò nei passi, ti lascerò andare
fino all’aria, all’erba, sul confine. Cadrai,
ti alzerò. Ti lascerò andare. Non altro, ti insegneranno
a scuola. Ti porterò a casa, ogni giorno
ti riporterò a casa dalle scuole, da tutte le scuole ti porterò a casa, ti darò
il cibo, il caldo, il sonno, staremo
insieme, ti farò e mi farai ridere, ti comprerò il quaderno,
altri ti insegneranno, io ti porterò a casa, ti farò e mi farai ridere, staremo
insieme, ti lascerò andare, niente
fin che sarò con te potrà toccarmi.

Paolo Donini (Modena, 1962), inedito

-consigliato da Emilio Rentocchini


Stare con un bambino

Gli alberi sono verdi, se c’è vento
le foglie tremano, quelle sono rondini, questo posso dirti: nei millenni
attendiamo la sillaba, la clausola assolta
sul labbro, non arriva, basta
a distrarre una caramella nella vertigine, una mentina
è stata promessa all’abisso, non altro: ti porterò a scuola.
Ti porterò a casa da scuola. Ti riporterò a casa
ogni giorno dalla scuola della luce, dai licei del tremore,
quando andrai a giocare fino ai margini, ti prenderò
in tempo prima di quel vuoto. Non altro, ti porterò
a giocare sui confini.
Gli alberi sono gialli, quando piove
vuole dire che è autunno, quelli sono passeri, questo posso dirti, quando
vengono nella mano a beccare è perché
hanno fame, è perché lo so, dà loro
le briciole che abbiamo tenuto da parte, anche tu avrai fame, ti cercherò
il cibo, non altro, posso darti questo: il cibo, il luogo
dove dormire, la veste, le scarpe, la veglia
sul tuo sonno, quando piangerai,
ti abbraccerò. Ti laverò. Nessuno
potrà toccarti finché sarò con te, ti sosterrò
quando ti alzerai e ti terrò nei passi, ti lascerò andare
fino all’aria, all’erba, sul confine. Cadrai,
ti alzerò. Ti lascerò andare. Non altro, ti insegneranno
a scuola. Ti porterò a casa, ogni giorno
ti riporterò a casa dalle scuole, da tutte le scuole ti porterò a casa, ti darò
il cibo, il caldo, il sonno, staremo
insieme, ti farò e mi farai ridere, ti comprerò il quaderno,
altri ti insegneranno, io ti porterò a casa, ti farò e mi farai ridere, staremo
insieme, ti lascerò andare, niente
fin che sarò con te potrà toccarmi.

Paolo Donini (Pavullo nel Frignano, 1962), inedito

– consigliato da Emilio Rentocchini