Umberto Fiori consiglia Franco Loi

De Diu sun matt

De Diu sun matt, se streppa la cusciensa.
Vu ‘n gir, el pensi, me ‘l remèni, e vu…
E püssè ‘l pensi, e pü ghe sun luntan.
Diu l’è schersûs… L’è cume fa la lüna,
ch’i mè penser în nüver, e lü se scund.
Inscì, me tundi via, parli cuj òmm,
e matta l’è la lüna, ciara lünenta,
cun la sua lüs che slisa ne la nott.

 

Franco Loi (Genova, 1930), da Memoria (Boetti&C., 1991) 
Di Dio sono pazzo, si strappa la coscienza.
Vado in giro, lo penso, me lo rimugino, e vado…
E più lo penso, e più gli sono lontano.
Dio è scherzoso… E’ come fa la luna,
che i miei pensieri sono nuvole, e lui si nasconde.
Così, mi distraggo, parlo con gli uomini,
e matta è la luna, chiara luneggiante,
con la sua luce che scivola nella notte.

Alla poesia di Franco Loi –una delle più forti e autentiche dell’ultimo Novecento- molti sono costretti ad accostarsi attraverso la traduzione in lingua messa a disposizione dall’autore. Sereni, Fortini, Giudici –lettori decisivi per il riconoscimento critico del poeta negli Anni ‘70- capivano il milanese come si può capire il tedesco, o il russo. Fortuna ha voluto che il sottoscritto –ligure di nascita, deportato a Milano a cinque anni- abbia respirato questo ostrogoto cordiale e spigoloso fin da piccolo. Loi, io lo leggo direttamente in dialetto, e l’ho persino cantato (grazie alla musica del mio amico Tommaso Leddi). Il testo che ho scelto è uno dei miei preferiti; l’imbarazzo che mi trasmette la sua versione italiana (seppure “d’autore”) è rivelatore. Le svise sintattiche, che nell’originale animano il testo, in italiano risultano goffe e legnose; rimuginare è l’ombra “signorile” di remenâ; l’epiteto luneggiante un penoso ingessamento dell’originale lünenta; il verbo scivola è l’eco insipida dell’etereo slisa. Eccetera. Ascoltata in milanese, questa lirica è la quintessenza della poesia di Loi: una mistica “bassa”, colloquiale e profonda, che rivolta la grande tradizione lirica italiana, infondendole nuova intensità.  (Umberto Fiori, marzo 2014)

 

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Tavolata

Dopo una cena, quando si resta ancora
seduti a tavola
ma non si parla della stessa cosa
(qua gridano, là scherzano e discutono
e ridono senza capire),
quando intorno le voci si accavallano
e i discorsi si incrociano, c’è chi
stretto in mezzo al rumore
guarda nel piatto
e se ne sta lì zitto, pieno di noia
e di pazienza, come un bambino
lasciato troppo tempo in mezzo ai grandi.

Ogni argomento, ormai, lo confonde.
Allora guarda fuori,
sopra le case, lontano,
finché gli sembra chiaro cosa dice
questo frastuono.

Sente il segnale che si manda il mondo.
Sente tutte le bocche nella sala
fare una frase sola,affannata e serena, una preghiera
come quella che corre sotto i treni
o dentro il ritmo della lavatrice.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949) da Chiarimenti (Marcos y Marcos 1995)


Che bocche avete, che dita

Che bocche avete, che dita.
Quanti denti. Che morsi. Come inghiottite,
come poppate ad occhi chiusi,
a lunghi sorsi sognanti
dalla bottiglia.

Io – grazie, no, non ho sete,
non ho appetito.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949) da Voi (Mondadori, 2009)