arrivano ad uno ad uno

arrivano ad uno ad uno
— chi in macchina extralusso
e chi lentamente a piedi —
i compagni per la cena di classe
al ristorante sulla piazzetta.
È un incontro evitato per anni.

Riconoscibili e irriconoscibili
mutati nel corpo e nei suoi danni
e identici nel demone privato
che ci agitava, ognuno, da ragazzi,
ci annusiamo prima dei saluti
come animali in campo aperto.
Siamo quello che siamo.
Non è piú possibile cambiare.

Durante la serata
c’è chi si accartoccia muto sullo sfondo
chi chiede frettoloso d’andare
e chi, verboso, estrae dalla manica
il solito stlletto
per farlo risplendere tra le tendine scure
e i cristalli del tavolo.
Si fa la classifica dei successi e delle sventure.
Qualcuno mostra la foto dei figli già grandi
qualcun’altro la foto di gruppo del ’75
e fa il confronto tra ora ed allora
o conta gli assenti e i dispersi.

Che cosa proviamo ad incontrarci?
Gioia no, forse dolore…
Non è una sensazione sola.
Un dolceamaro sapore
ci corre giú nella gola

Enrico Testa (Genova, 1956), da Ablativo (Einaudi, 2013)

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L’oru di me pari

Me pari al va a sgarfà
di matina bunora
tal ciamp da li’ vansadìssis,
in duà che la zent
a dismintiea pinsèirs
di fiar, plastica lenc incarulìt.
Ulì al sercia, cun deis
di sbissa ingrispada
‘na sclesa di vita;
‘na roda di bicicleta,
un vasùt di veri, un lustri
inciamò bon.
Cussi, cun chel puc
di oru ulì
al crot
di tornà a fà sù
il mont
che ator-ator di lui
al va in slanìs…

Giacomo Vit (San Vito al Tagliamento, 1952), da Sòpis e Patùs (Edizioni Cofine, 2006)

L’oro di mio padre Mio padre va a rovistare / al mattino presto / nel campo delle immondizie, / dove la gente / dimentica pensieri / di ferro, plastica, legno tarlato. / Lì cerca, con dita /di biscia raggririzita, / una scheggia di vita: / una ruota di bicicletta, / un vasetto di vetro, un fanale / ancora funzionante. / Così con quel poco / di oro / crede / di ricostruire / il mondo /che attorno a lui / va sfacendosi…


A mio padre

Prenderò forse un giorno questo treno
su cui, da molto tempo,
non sarò più salito. Sempre
lo stesso viaggio, i monti da una parte
di là il mare. Non mi starai aspettando
a Pietrasanta dove ti vedevo
dallo scompartimento che fumavi.
Di solito però il treno era un altro
dalla stazione a casa
la camminata breve, il carico
leggero. Era Firenze
e i muri così grigi, e i tetti così chiusi
e l’Arno aperto.
Sono in ritardo mangio
il pranzo riscaldato chiacchieriamo,
e ogni parola tace
più di quanto non dice
costretta nello sforzo di coprire
la cadenza romana
che a Roma, spesso, accentuo,
domenica guardiamo la partita.
La vedo, normalmente,
sdraiato sul mio letto o sul divano
senza di te, lontano.
Il desiderio d’essere a tua immagine
e somiglianza
l’amore, a volte l’odio la paura
d’esserti figlio sotto condizioni
riceverò il tuo affetto solamente
se ti sarò piaciuto.
Per te, forse, lo stesso.
Mi venivi a trovare da bambino:
era il giorno del primo dei ricordi
siamo andati allo zoo, ridevi
e mi sporgevi verso
la vasca degli orsi polari
qualcuno ci ha fatto una foto.
Con te portavi doni
giochi pupazzi e qualche scatto d’ira
che più tardi ho imitato. Firenze ancora
e è notte, la cucina
la scopa a nove carte, tradizione
di famiglia giocasti
col nonno che ho conosciuto appena
la notte prima dell’operazione.
Parli della tua vita, va il mio sguardo
sulla tovaglia a quadri azzurri
e bianchi, ascolto la tua voce
che mi racconta storie, padre a figlio.

Carlo Carabba (Roma, 1980), da Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011)