Poets

A son chei
ch’a scrivin puisìis,
ch’a poin zanzivis e dinc’
tal our da l’anima,
peraulis-grimaldei,
silabis-sbissis,
rimis par vualivà
bùfulis, grops, socs.
Altris a imparin a tetà
dal blanc dal sfuoi,
a fis’cià
da un vint insoterat
drenti.

Giacomo Vit (San Vito al Tagliamento, 1952), da Ciacarada ta ‘na lus verda (Chiacchierata in una luce verde) (Aura, 2000)

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Te chësc lüch, a pascentada resta nosc dagnì

Te chësc lüch, a pascentada resta nosc dagnì.
Mostra inant cun lecaciadin, n vare indolater
rovarunse ince nos pro florì,
döta tera nes fajarà curtina y spizorada nöia.
Jënt ladina, tan pice inom
rodosa i ödli y ciara lunc,
mënder tlap ince nos adinfit söl monn.

Roberta Dapunt (Val Badia, 1970), da Nautz (Il ponte del sale, 2017)

– consigliato da Giacomo Vit.

In questo maso, a pasturare rimane il nostro avvenire.
Mostra a dito innanzi, un passo dopo l’altro
giungeremo anche noi a fioritura,
la terra tutta ci farà cortina e gettata nuova.
Gente ladina, così piccolo il nome
volgi gli occhi e guarda lontano,
gregge minore anche noi in affittanza sul mondo.


Giacomo Vit consiglia Valerio Magrelli

Giungla d’asfalto

Vagano nella notte
vasti gli autobus,
anime in pena,
scrigni di luce pallida,
tremanti, vuoti, utili
soltanto a chi è lontano,
avanti e indietro
sempre legati a una linea
di dolore
e lasciano salire ad ogni sosta
un sospiro
che sembra una preghiera.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Nature e venature (Mondadori, 1987)

 

La poesia diventa “magica” quando descrive un oggetto e lo trasforma in qualcosa di diverso, al punto di apparirci nuovo, come se si vedesse per la prima volta. Ecco allora che gli autobus non sono più gli usuali mezzi di trasporto che incontriamo tutti i giorni, ma diventano “scrigni di luce pallida”, “anime in pena”, e sono “tremanti”… Diventano metafore, simboli di qualcos’altro, forse il destino dell’uomo, fatto di partenze, fermate intermedie e capolinea…
Il testo è ricco di figure retoriche, e quel che colpisce il lettore (provate a leggere ad esempio gli ultimi quattro versi ad alta voce) è la rete sonora che lo impreziosisce, attraverso allitterazioni e rime di vario tipo, che ognuno potrebbe divertirsi a individuare. (Giacomo Vit)


L’oru di me pari

Me pari al va a sgarfà
di matina bunora
tal ciamp da li’ vansadìssis,
in duà che la zent
a dismintiea pinsèirs
di fiar, plastica lenc incarulìt.
Ulì al sercia, cun deis
di sbissa ingrispada
‘na sclesa di vita;
‘na roda di bicicleta,
un vasùt di veri, un lustri
inciamò bon.
Cussi, cun chel puc
di oru ulì
al crot
di tornà a fà sù
il mont
che ator-ator di lui
al va in slanìs…

Giacomo Vit (San Vito al Tagliamento, 1952), da Sòpis e Patùs (Edizioni Cofine, 2006)

L’oro di mio padre Mio padre va a rovistare / al mattino presto / nel campo delle immondizie, / dove la gente / dimentica pensieri / di ferro, plastica, legno tarlato. / Lì cerca, con dita /di biscia raggririzita, / una scheggia di vita: / una ruota di bicicletta, / un vasetto di vetro, un fanale / ancora funzionante. / Così con quel poco / di oro / crede / di ricostruire / il mondo /che attorno a lui / va sfacendosi…