Ufficio

Nel profilo dietro la porta a vetri che scorre
non appena entri nel campo d’azione
della telecamera, nessuna sorpresa, solo
si apre pieno il silenzio prima
della domanda di cortesia, il vuoto
di una sala d’attesa
foderata, nella quale sfiorare lo schermo
del telefono cellulare è l’unica forma
di contatto con se stessi – una circolazione fluida
di plasma e sangue – mentre un filo
d’aria condizionata scende dall’alto
e la musica fredda scivola senza fine.
È normale. Siamo qui
complici di questo silenzio e le sorrido
mentre mi offre un caffè. Non so, forse dovrei
dirle di quel Mar Baltico dentro
la sua isola, di quel bianco che vedo.

Il suo corpo scompare veloce
oltre la soglia e lo schermo scuro che stringo
sembra retrocedere verso un’altra epoca,
in un tempo o solco tracciato da altri, non qui,
e per nessuno di noi, che non sappiamo perché
sostiamo in questa veglia, aspettando cosa.
Gabriel Del Sarto (Ronchi, 1972), inedito


Le pietre si comportano in modo doppio

Le pietre si comportano in modo doppio
scompaiono dentro l’acqua se le lanci
ma se l’acqua si è ghiacciata in una lastra
loro scivolano e rimbalzano.
Osservare come fanno queste pietre
fornisce una chiave sul tuo conto:
io sono pietra e doppia nel confronto
col liquido che prende e manda giù
o col ghiaccio che al contrario ferma
e lascia andare
più in là di qualche metro
scivolando lisci o con un tonfo
e la fine del muoversi, l’arresto
non è che colpa dell’attrito.
“Ma che vuoi, bella mia? Se sprofondi
non ti fermi lo stesso giù nel fondo?”
Sì, ma il fondo, è evidente, non è il sopra.

Mariagiorgia Ulbar (Teramo, 1981), da Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012)