Gian Mario Villalta consiglia “Parlano” di Valerio Magrelli
Pubblicato: 20 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Valerio Magrelli Lascia un commentoC’è intorno una tale quiete che quasi si può udire
il tintinnare di un cucchiaino che cade in Finlandia
(I. Brodskij)
Ma perché sempre dietro la mia parete?
Sempre dietro, le voci, sempre
quando scende la notte iniziano
a parlare, latrano o addirittura credono
che sussurrare sia meglio. Mentre mi sento
questo filo d’aria fredda delle loro parole
che mi gela, che mi lega
e mi tormenta nel sonno.
Sempre dietro la mia parete. Ero
ai confini del circolo polare, e anche laggiù
una coppia piangeva nella sua stanza
oltre un muro trasparente, piangeva,
luminoso, tenero come la membrana
di un timpano, e io stavo lì vibrando
facevo da cassa armonica
alla loro storia. Fino a che, a casa mia,
hanno rifatto il tetto, le tubature,
la facciata, tutto, e battevano
ovunque, sopra, sotto, e battevano sempre
chiacchierando tra loro solo quando dormivo,
solo perché dormivo,
solo perché facessi da cassa armonica
alle loro storie.
Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992)
Una epigrafe che mi è cara, per una poesia che ha ascendenze fonde nella tradizione italiana, dove non c’è solo il fulmineo ermetismo, ma si incontrano anche volute, festoni, spirali di pensieri collegati mirabilmente in poca ipotassi e molta paratassi: ricordiamo il Montale dell’Anguilla (a questo proposito, dello stesso Magrelli, si legga Che la materia). Una poesia dove alla fine ci si trova in un altro posto, rispetto al luogo di partenza, dopo aver attraversato uno spazio che pareva ben delineato, avendo vagato al limite tra quello che è già esperienza nostra e quello che invece si apre all’inatteso, sorpresi di essere arrivati, in così poche righe, fin là.
Gian Mario Villalta
Alberto Bertoni consiglia “Ovid in the Third Reich” di Geoffrey Hill
Pubblicato: 19 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Geoffrey Hill 1 Commentonon peccat, quaecumque potest peccasse negare,
solaque famosam culpa professa facit.
(AMORES, III, XIV)
I love my work and my children. God
Is distant, difficult. Things happen.
Too near the ancient troughs of blood
Innocence is no earthly weapon.
I have learned one thing: not to look down
So much upon the damned. They, in their sphere,
Harmonize strangely with the divine
Love. I, in mine, celebrate the love-choir.
Geoffrey Hill (Bromsgrove, 1932), da King Log (André Deutsch, London 1968)
Ovidio nel Terzo Reich
non peccat, quaecumque potest peccasse negare,
solaque famosam culpa professa facit.
(AMORES, III, XIV)
Io amo il mio lavoro e i miei figli. Dio
è difficile, lontano. Le cose accadono.
Troppo vicina ai flussi antichi del sangue
l’innocenza non è arma terrena.
Ma una cosa l’ho imparata: non abbassare lo sguardo
fino ai dannati. Raggiungono nella loro sfera
una strana armonia con l’amore
di Dio. Io, di mio, ne celebro il coro amoroso.
[Traduzione di Alberto Bertoni]
Ho scelto questo testo perché sono un lettore piuttosto accanito della poesia contemporanea in lingua inglese, anche se “inglese” è un’approssimazione sempre più generica. Da Seamus Heaney a Paul Durcan, da Paul Muldoon a Brendan Kennelly (per parlare di irlandesi), da Tony Harrison appunto a Geoffrey Hill, da Jorie Graham a David Hart (tutti inglesi), da Charles Wright a Mark Strand, da Philip Levine a Charles Simic (americani), da Derek Walcott a Les Murray (tra Caraibi e Australia): ecco in un elenco rapido e parziale il piccolo pantheon di autori vivi e operanti cui attingo – anche solo per pochi versi – si può dire ogni giorno. In questo breve testo, in verità non facilissimo da tradurre in poesia italiana, s’intrecciano in particolare due motivi che mi stanno molto a cuore: quello dell’opera di Ovidio, un altro autore di capezzale che – con molta semplicità – considero in assoluto il più grande poeta latino (e certo uno dei tre più grandi di tutta la poesia occidentale); e quello della Shoah, quella frattura della nostra storia dopo la quale, stando alla sentenza di Adorno, si è potuta scrivere solo poesia “barbara”. Nella sua semplicità Ovidio nel Terzo Reich intreccia mirabilmente suggestioni multiple e diverse, tra Io e Dio, parola quotidiana e inno, abisso d’inferno e rito.
Alberto Bertoni



