Valerio Magrelli consiglia “Se sul treno siedi al contrario” di Vivian Lamarque

a Giorgio Caproni

Se sul treno ti siedi al contrario
con la testa girata di là
vedi meno la vita che viene
vedi meglio la vita che va.

FINE

 

Vivian Lamarque (Tesero, 1946), da Poesie 1972-2002 (Mondadori, 2002)

 

Scelgo per Pordenone una composizione che Vivian Lamarque ha dedicato a Giorgio Caproni. L’autrice ha dichiarato di averla scritta in treno: “Sapete che alcune persone soffrono sedendosi nella direzione opposta a quella del treno, non si sentono bene, ed ho scritto questa poesia”.
Da parte mia, aggiungo soltanto che si tratta di un carillon incantato, disarmato, semplicissimo e esemplare, come certi testi del grande poeta che fa da macchinista della quartina. Buon viaggio!

Valerio Magrelli 

 

 


Francesco Tomada consiglia “Fiumi di guerra” di Erri De Luca

Alle fontane i vecchi
le donne con i secchi lungo il fiume
e l’aria fischiettava di proiettili e schegge,
la banda musicale degli assedi, insieme alle sirene.
Danubio, Sava, Drina, Neretva, Miljacka, Bosna,
ultimi fiumi aggiunti alle guerre del millenovecento,
gli eserciti azzannavano le rive, sgarrettavano i ponti,
luci della città, Chaplin, le luci di quelle città
erano tutte spente.
L’Europa intorno prosperava illesa.
Altre madri in ginocchio attingono alle rive,
dopo che il Volga fermò a Stalingrado la sesta armata di von Paulus
e la respinse indietro e l’inseguì fino all’ultimo ponte sulla Sprea,
affogando Berlino.
Acque d’Europa specchiano ancora incendi.
La Vistola al disgelo illuminata dalle fiamme del ghetto:
non poteva bastare al novecento.
L’acqua in Europa torna a costare l’equivalente in sangue.

 

Erri De Luca (Napoli, 1950), da Opera sull’acqua e altre poesie (Einaudi, 2002)

 

Ho scelto questa poesia perché diffido della poesia civile. Ma a volte, solo a volte, si compie un piccolo-grande miracolo: che qualcuno riesca ad essere diretto e politico partendo da lontano, evocando senza predicare. E’ il caso di “Fiumi di guerra”, scritta da Erri De Luca in riferimento alla guerra di Bosnia. Ma la città-simbolo di quel conflitto, Sarajevo, non viene nemmeno nominata, piuttosto le viene stretto attorno un cerchio, come a definirla per sottrazione, ed è un cerchio nella geografia e nella storia, perché Erri De Luca parte da lontano, dalle tragedie delle guerre mondiali, allargando l’orizzonte ad un respiro epico che risalta ancora di più dal contrasto con la lingua utilizzata, che è quasi colloquiale. Per poi, alla fine, tornare tragicamente nel presente: l’indifferenza dell’Europa, l’immagine assurda e durissima dell’acqua che non si muta in vino, come la tradizione ci suggerisce, ma in sangue.

 Francesco Tomada