Chi ha mai scritto con febbrile incanto

Chi ha mai scritto con febbrile incanto
della troposfera di Saturno,
dei bianchi anelli di ghiaccio
su cristalli di ammoniaca bellezza,
che ha mai cantato l’immensa
tempesta di Giove, la fulgida macchia
rossa che ingigantisce e travolge
la distanza, o chi ha mai detto
dei picchi di luce eterna
sopra i respiri chiari del polo lunare,
là dove è davvero per sempre,
amore o niente che sia,
il sempre per noi, uomini o passaggi
di un cosmico avvenire?

Fabrizio Bernini (Broni, 1974), da Il comune salario (Mondadori, 2019)


I sensi

Il pesco che vedo fiorito tra i cumuli della città di Milano non è l’idea della vita che vince il cemento ma solo un’aria di cemento, una vita di cemento nel pesco, la mia vita. La nostra vita elusa sopra i tetti.

Allora guardo la forma del pesco,
scavo nella sua chioma piccola di ladro
la parola pianta, la parola parola
che lo possa salvare
che mi possa salvare e provo a dire: sì,
per la forza di una parete, sì,
perché il tempo ripeta
tante volte la stessa stagione
e mai nella mia casa.

Sono sul muro sette sensi
legati l’uno all’altro a due a due, consolidandosi
l’uno, l’altro sparendo senza paura di sognare…

Sono disposti in forma di poesia, che dice:

«Il primo senso
è il senso della gioia, senza scopo, come quando
si rivela una cosa.

Il secondo è quella cosa, resa vicina,
di cui non devi mai parlare.

Il terzo senso è notturno,
dove nessuno vede niente
dove la mente resta uguale.
Il quarto senso è con l’amico fiore,
e tu e lui siete una cosa
abbandonata sotto un cielo chiaro.

Il quinto senso è lontano dall’amore.

Il sesto senso è non di te.

L’ultimo senso è tutti quanti,
settimo senso inespiabile,
indurisce
la parola in parola, il muro in
muro».

Umanità minuta,
della stessa sostanza del mio cuore,
fammi dei morti e io sarò salvato.

Stefano Dal Bianco, da Ritorno a Planaval (Mondadori, 2001; Lietocolle-pordenonelegge, 2018)