Dmenga

a jj a s’ëi vest
a s’ëi za vnu a ca?

ësr a là par clu ch’l’ariva
stê d’astê fêna ch’u s’fa bur…

(u s’fa mêl la schina
a fôrza d’stêr a cvd impalé
a fê d’segn a on ch’u n’ven)

se chj étar i ngn’è
nò a n’sen incion
e s’a i sen par tot
nò a s’finen coma
s’a n’fòsum mai sté a cve

ësar in cvel ch’a n’sen
in cvel ch’j è chj ètar…

 

Giovanni Nadiani (Cassanigo di Cotignola, 1954), da Feriae (Marsilio, 1999)

Domenica

ci sono si sono visti
sono già tornati a casa?

esserci per chi arriva
attendere finché farà buio…

(ci duole la schiena
per lo stare qui impalati
a far cenno a chi non viene)

se gli altri non ci sono
noi non siamo nessuno
e se ci siamo per tutti
noi ci consumiamo come
se non ci fossimo mai stati

essere in ciò che non siamo
in ciò che sono gli altri…


Mi muovo verso strati / antologia, Maurizio Cucchi

Mi muovo verso strati
sempre più occulti, come
un archeologo, o un operaio
che manovra, nell’ignoranza
senza fine delle tenebre,
verso residui fossili, e rivoli
nascosti, mentre trabocca
la sua realtà geografica
di intrecci collettivi, emblemi
o approssimazioni di altri
molteplici intrecci sconosciuti.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da Malaspina (Mondadori, 2013)

 

Il poeta è un «archeologo», scava in profondità fino a raggiungere il senso di una vita umanissima e primordiale, passando attraverso i depositi della storia e sprofondando nell’oscurità della natura. Nella sua immersione, tutto si rivela nella sua vera realtà: le trame delle immagini, come ragnatele, attirano sopra di sé gli «emblemi», i simboli e il significato di ciò che vediamo, rallentando la caduta all’interno di una vita non sempre decifrabile. Il lavoro del poeta, qui, non è diverso da quello di certi pittori contemporanei, che usano diversi materiali per realizzare le loro opere, per individuare un senso indefinito di ciò che dicono piuttosto che per raccontare una storia vera e propria: in questa poesia non vediamo un paesaggio, Cucchi non parla di niente a cui ci si possa aggrappare con sicurezza. L’unico dato concreto è quello della terra, la terra che abitiamo, scomposta strato dopo strato, per arrivare al suo centro, al motore pulsante che rappresenta – come già nell’Ungaretti de Il porto sepolto – il cuore e l’abisso di tutte le parole.

(Marco Corsi)