Corrado Benigni consiglia Ingrid De Kok

Sticks on stone

IV

Gather it all together at once
in an instant, into the grip of one hand:
people, places, shapes, weather, times,
then drop like pick-up sticks on stone,
observe intersections, scry the mirror
of the forgotten, read the bones.

Ingrid De Kok (Stilfontein, 1951), da Mappe del corpo (Donzelli, 2008)

Bastoncini sulla pietra

IV

Afferrali insieme in un colpo solo
veloce stringili nella mano:
persone, luoghi, forma, clima, tempi.
Poi lasciali cadere come bastoncini sulla pietra
osserva gli incroci, decifra lo specchio
dei dimenticati, leggi le ossa.
(Traduzione di Paola Splendore)

***

Poco tradotta in Italia, ma conosciutissima nei paesi di lingua inglese, Ingrid De Kok, classe 1951, è oggi una delle poetesse sudafricane più interessanti e vigorose. La sua poesia – che si distingue per l’economia del verso, i tratti smorzati, l’assenza di retorica e di sentimentalismo – si inserisce nel solco tracciato da poeti come Robert Frost, Elisabeth Bishop e Thomas Hardy.
In questo testo – magistralmente tradotto da Paola Splendore – l’autrice sembra chiedersi come sia possibile sottrarre i propri ricordi alla storia ufficiale del paese e riconciliarsi con un paesaggio amato che porta ancora i segni della violenza subita. Il tema, soltanto all’apparenza privato, si apre a una riflessione più ampia fino a includere un territorio che non è più solo personale. (Corrado Benigni)


Stefano Raimondi consiglia Antonella Anedda

III

Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l’ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.

Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Residenze invernali (Crocetti, 1992)

Siamo nel 1992. Residenze invernali è il libro d’esordio di una giovane poetessa romana, nata sull’isola della Maddalena in Sardegna. Antonella Anedda in questo suo splendido “incominciamento”, ci dona una raccolta carica di una liricità capace di farci ricordare le pagine asciutte e necessarie dell’Antico Testamento; parole in grado di assieparsi in una riflessione che sa come esporre i particolari del reale e del quotidiano, carichi di una “pietas” per le cose, le inquadrature, senza mai dimenticare gli stati profondi ed empatici dell’essere. Un essere parlante che qui diventa personaggio vivente, nato dal decanto di una parola che si è fatta calco di un “passaggio” soliloquiante e pudico, dove l’attesa e la redenzione, hanno la grazia di una presentificazione continua e ospitale. La parola si fa gesto e ritmo e in questa intimità senza rimandi, la poesia diventa persuasione: invito. (Stefano Raimondi)