Luigi Socci consiglia Hans Magnus Enzensberger

Canto secondo

L’urto fu lievissimo. Il primo radiogramma:
Ore 00.15. Mayday. A tutte le navi. Posizione 41°46’ Nord
50°14’ Ovest. Favoloso quel Marconi!
Un ticchettio nel cranio, nel padiglione auricolare, senza fili
e da lontano, da tanto lontano – più lontano di mezzo secolo!
Niente sirene, niente campanelli d’allarme, solo
un discreto battito alla porta della cabina,
un tossicchiare in salotto. Mentre sotto
l’acqua sale, lo steward aiuta
un anziano signore dolorante, settore macchine utensili
e metallurgia, ad allacciarsi le stringhe sul ponte D.
Coraggio! Bando alla fatica, signore mie,
al galop! grida il maestro di ginnastica, Mr. Mc Cawley,
impeccabile come sempre nel suo completo di flanella beige,
da un’estremità della palestra in boiserie. Silenziosi dondolano
i dromedari meccanici avanti e indietro.
Nessuno sospetta che l’indefesso ha mal di pancia,
che non ce la fa a nuotare, che è spaventato.
John Jacob Astor invece squarcia con la limetta
un salvagente e fa vedere alla moglie,
che nasce Connaught, quel che c’è dentro
(presumibilmente del sughero), mentre avanti
nella stiva sgorga un fiotto spesso come un braccio,
e glaciale gorgoglia sotto i pacchi postali e nelle cucine
s’infiltra. Wigl wagl wak, suona l’orchestra
in uniforme nivea, my monkey:
un potpourri da “The dollar princess”.
Via! Tutti al Metropol! Berlino, com’è viva e vegeta!
Solo in basso, là dove, come sempre, si capisce per primi,
bauli bebè e federe scarlatte si arraffano
in fretta e furia. La terza classe
non conosce l’inglese né il tedesco, una sola cosa
non gliela deve spiegare nessuno:
che tocca prima alla prima classe,
che non c’è mai abbastanza latte e mai abbastanza scarpe
e mai abbastanza spazio nei battelli per tutti.

(1978)

(Trad. di Vittoria Alliata)

Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, 1929), da La fine del Titanic (Einaudi, 1980)

 

 

Perché

Innanzitutto perché, a parere di chi scrive, l’ottantacinquenne poeta tedesco è semplicemente il migliore tra quelli ancora in circolazione. E poi perché, a fronte di un’ emorragia di lettori che affligge il genere poetico a livello ormai globale, Enzensberger sceglie la strada più impervia,  rilanciando rischiosamente e, nell’alzare la posta, si gioca la carta più apparentemente desueta e impraticabile: quella dell’epica. E lo fa sulla scorta di Dante (l’opera consta di 33 poesie-canti e si fregia del sottotitolo di “commedia”) rileggendolo con sensibilità moderna e dunque, al fondo, ironica ma riuscendo ad attingerne la lezione plurilinguistica, le straordinarie capacità plastiche e descrittive, la mescolanza di alto e basso, di tragico e comico, della dimensione grottesca con quella sublime, di autobiografismo e riflessione politica fino al traguardo ambizioso dell’allegoria. In un’epoca di perdita di importanza, di incisività e di influenza della scrittura in versi, Enzensberger risponde con un’opera importante, incisiva e influente a tal punto da lasciare segni indelebili in arti ben più popolari come il cinema (il Titanic di James Cameron) o la musica pop (quello di Francesco De Gregori) senza pretese di superiorità né, tantomeno, complessi di inferiorità. E scusate se è poco. (Luigi Socci)

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C’era qualcosa

C’era qualcosa di buono
prima,
altrove.
Peccato
che sia così difficile
ricordarsi
di qualcosa di buono.
Sapere
com’era davvero.
Come davvero era.

Era, credo,
qualcosa di affatto abituale,
di meraviglioso.
Io l’ho,
credo, visto
e odorato
o afferrato.

Ma se fosse grande
o piccolo
nuovo o vecchio,
chiaro o scuro,
non lo so più.

Soltanto che era meglio,
molto meglio
di ciò che c’è adesso,
questo lo so tuttora.

Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, 1929) da Chiosco (Einaudi, 2013)

Da war etwas Gutes
vorhin,
woanders.
Schade,
daß es so schwer ist, 
sich an etwas Gutes
zu erinnern.
Zu wissen,
wie es wirklich es war.

Es war, glaube ich,
etwas ganz Gewöhnliches,
Wunderbares.
Ich habe es,
glaube ich, gesehen
oder gerochen
oder angefaßt.

Aber ob es groß
oder klein war,
neu oder alt,
hell oder dunkel,
das weiß ich nicht mehr.

Nur daß es besser war,
vier besser,
als das was da ist,
das weiß ich noch.


Neuronales Netz

Denk dir einen Baobab-Baum,
riesenhaft reich verzweigt,
und bevölkere ihn, in Gedanken,
mit abertausend winzigen Affen;
stell dir vor, wie sie klettern,
baumeln, wie sie sich, aneinander-
geklammert, hangeln von Ast zu Ast;
bis sie sich fallen lassen,
verhoffen, sich paaren, dösen –
denk es, o armer Denker!

Dann wieder springen sie,
rasend behende, wimmeln elektrisch,
taumeln und stürzen ab;
oder sie sitzen da, einfach so,
schlaff, und kratzen sich träumerisch,
bis zur nächsten Attacke. – Weh dem,
der all das beschreiben wollte!

Lach, erschrick, wundere dich,
doch hör auf, bevor du verrückt wirst,
über das Nachdenken nachzudenken. 

 

Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, 1929), da Chiosco (Einaudi, 2013)

 

Pensa a un albero di baobab,
un gigante tutto rami,
e popolalo, mentalmente,
di migliaia di piccolissime scimmie;
immaginati come s’arrampicano.
spenzolano, come, aggrappate fra loro,
s’agganciano di ramo in ramo;
finché non si lasciano cadere,
fiutano il vento, s’accoppiano, sonnecchiano –
pensa, o povero pensatore!

Poi di nuovo saltano,
con folle rapidità, schizzano come scintille,
caracollano e precipitano;
o stanno lì buone, così,
fiacche, trasognate, a grattarsi,
fino al prossimo attacco. – Guai a chi
volesse descrivere tutto ciò!

Ridi, spaventati, stupisciti,
ma smetti, prima di diventare pazzo,
di stare lì a pensare sul pensare.