Eravamo pronti? Ve lo chiedo ora

Eravamo pronti? Ve lo chiedo ora
che mi assalite urlanti: davvero pronti?
Amici, io non lo so. Quel tradimento
larghissimo lucente, ghiotta spora
di un virus sopraffino nella bora
dei nostri sogni, fu un divertimento
infantile, un festino di tormento, 
oppure aveva un senso e ce l’ha ancora?
Ho smesso di saperlo. Mi affratella
a voi ben altro, oggi: non la prontezza
delle nostre azioni, o la spietatezza
nei nostri cuori, ma la vostra morte,
vostra e non mia nello sconquasso di vento forte
che non soffia ma soffia in questa cella.

Paolo Maccari (Colle di Val d’Elsa, 1975), da Fuoco amico (Passigli, 2009)


Dialoghetto crudele

“Per la continuità con cui ami
(pietra su pietra, dietro e oltre cenere
ostinato e mutamente cieco:
un uomo tutto passi e alta pazienza)
forse mi sbaglio e sorseggio un discorso
che non potrei e non potrei ma mai
eppure la mia opinione ha pure un suo valore
e allora sull’argomento, dì pure
che sono sfrontata, io penso che
la tua stupidità ti sia servita,
e avendo la fortuna in certe cose
di non intendere, è stato più facile
per te resistere là, nel tuo amore.

Io ho molti più pensieri e più colori.
Io sogno. Ho dei bisogni. Mi rampogna
il ninnolo che sorveglia la mia
femminile curiosa frenesia
se mi sorprende oltre il livello massimo
d’appiattimento della fantasia.

Non puoi – si torna sempre lì capire:
comunque: io non ti voglio lasciare.
Voglio soltanto licenza di tradire.
Lasciarsi non è facile e distruggerti
sarebbe fastidioso; ma ecco il seno
è mio e tuo: se vuoi è il tuo cuscino
su cui piangere la mia indifferenza…”

“Ma sopra, almeno, ci posso morire?”

“Ecco, ci puoi morire in modo quieto:
ti puoi addormentare e non svegliarti.
Io allora sposterò piano il corpo
e tu dolcemente riposerai
e non ci lasceremo, poverino,
per così dire, mai”.

Paolo Maccari (Colle Val d’Elsa, 1975), da Fuoco amico (Passigli, 2009)


Mi dice che è felice, più o meno


Mi dice che è felice, più o meno,
e io non gli credo perché è adulto
intelligente e senza dio.
Me lo ripete e quasi mi convince
perché non lo vuole dimostrare e resta calmo.

Non sei felice, né più né meno,
dico io mentre circola
tra noi un affetto straordinariamente vero,
ma sei forte della forza che serve,
né stoica né lisergica:
avresti molto da opporre
alle diffamazioni della sorte
ma non credi ai discorsi
che prevedano esempi.

La felicità, dopo molto cercare,
ti appare la forma
meno volgare, cioè più autentica,
di eleganza.
però, in fondo, sai che ti sorregge
soltanto la tua docile forza.

Sorride mentre ribatte
che se è forte
è forte in quanto felice
e che io non posso capirlo.
Sorrido anch’io, per finirla,
per rimanere vicini e perché è giusto.
Distruggo l’arsenale di dubbi
che saprei scaraventargli contro,
e sento anch’io per questo
crescermi dentro un po’ di forza.

Paolo Maccari (Colle di Val d’Elsa, 1975), da Fermate (Elliot, 2017)