Meccanismo infernale

In balìa di una grande occasione d’angoscia,
stupida e falsa, irrilevante
come ogni occasione d’angoscia,
saper bene cosa dover fare, e farlo,
è tutta un’altra cosa.

Ma la peggiore delle cose è farne,
per salvarsi, un argomento di scrittura
come farebbe il più imbecille dei poeti.

Non ci si muove d’un passo verso
la salvezza, ci s’infogna,
si gira attorno alla cosa da fare
deliberatamente, con il diavolo in testa.

Ci si affeziona al dolore e alla rabbia
e si vorrebbe non sapere
la via d’uscita,
che è lì davanti bella spalancata
ad aumentarci l’impotenza
del non volerla prendere
pur sapendo che è buona.

Così, dicevo, sragiona l’imbecille,
e meno uno lo è
più si scava la fossa all’inferno.

Poesia, schifosa scappatoia,
sparisci, via, dalla mia vita.
Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Prove di libertà (Mondadori, 2012) 


Il vetrino

Una sera, ero in ritardo, con un asciugamano, inavvertitamente, ho urtato una preziosa bottiglietta di profumo, che è caduta. I pezzi sono stati raccolti, quasi tutti in un primo momento, altri nel corso del tempo, a mano a mano diminuendo le proporzioni dei reperti. Dopo un mese in un anfratto del pavimento è comparso un vetrino trasparente, ma nessuno l’ha raccolto.

È passato altro tempo, ogni volta che entravo nel bagno
lo vedevo e mi ripromettevo: «Prima di uscire
lo raccolgo e lo butto»,
e nelle mie faccende lo tenevo d’occhio
perché non se ne andasse o scomparisse
tra le frange del tappeto o altro.

Ma il bagno libera i pensieri e al momento
di uscire dalla stanza un’altra
memoria ne prendeva il posto,
e il vetrino è rimasto e negli ultimi giorni
è diventato un’ossessione, un’ossessione
all’ultimo secondo regolarmente rimossa.

E oggi mi sono impuntato,
mi sono concentrato più di ieri
e più dell’altro ieri e ce l’ho fatta:
è stata una vittoria graduale
di una memoria su altre memorie.

Ho allungato la mano e con sorpresa
il vetro non ha opposto resistenza:
è stato docile, si è fatto raccogliere
come se per tutto questo tempo
avesse atteso me, il mio intervento.

Adesso non so se per pietà, per un senso del dovere
per rispetto o per amore l’ho posato
sul nero della scrivania, davanti a me,
e scrivendo lo contemplo e raccolgo
la sua storia di cosa legata alla mia,
e uno stesso appartamento ci contiene.

Sono orgoglioso di averlo salvato
e lui risponde alla luce e manda timidi bagliori.
Ma io ci vedo dentro il firmamento e questa notte
lo metto all’aperto e me lo guardo
perché c’è la luna, perché ritorni,
nella chiara altezza di cobalto, il cielo.

Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Ritorno a Planaval (LietoColle-Pordenonelegge, 2018)