Succede. È successo più volte

Succede. È successo più volte
sempre quasi fuori quadro di sbieco
tra le tempie e le lenti.
Succede che qualcosa si rompe
che si sgretola il soffitto sul sofà
appena intravisto nell’atto
di cedere, di essere cenere
bianca: crepa.
Avviene un principio
un seguito e un esito
che mentre succede accade una svista
ma già sapevamo sarebbe successo
che il bicchiere sull’orlo sarebbe
caduto.
Succede e anche spesso
dell’altro di fianco, un alone
di fatti, un lenzuolo disteso
che si alza atterra in giardino e ricopre
la nostra visione: un ospite

atteso e la pioggia di rane.

Luciano Mazziotta (Palermo, 1984), da Previsioni e lapsus (Zona, 2014)


tutto quello che serviva

tutto quello che serviva
stava nella scatola
una scatola piccola piccolissima
perché l’amore – era scritto sopra
non occupa spazio 

Roberta Durante (Treviso, 1989), da Club dei visionari (Di Felice Edizioni, 2014)


Pagina del Sole Buffone

Il posto della testa non è la testa, ma l’ombelico
spesso è tra le gambe,
a volte l’inverno se ne va, ma il gelo rimane,
viene la primavera ma non i fiori,
a volte l’autunno è a settembre e l’estate a maggio,
dalla polvere s’innalza il ponte del sole,
dalla pioggia vengono le radici del fango.

 

Adonis (Qassabīn, 1930), da Singolare in forma di plurale (Guanda, 2014)


Quando l’occhio si oscura

Quando l’occhio si oscura
non cercare il calore della
mano che la palpebra abbassa,
scappa la melodia della parola,
la voce che ti sorride coi denti rifatti.

Se la lingua è mondo, è
specchio, trovatici con la pupilla
spalancata, pescaci da quel nero
quell’inchiostro che dica la parola
verticale. Alla sua ombra crescono
domande, si fa spazio
al respiro del pensare.

Non parola orizzontale che sommerge,
ma il bianco dei margini, la pausa che
copre l’assenza tra te e me.

Elisa Biagini (Firenze, 1970), da Da una crepa (Einaudi, 2014)


Cu mora prima tra nuautri dui?

Cu mora prima tra nuautri dui?
Tu,
speru,
ca ju ancora sugnu carusa,
e cosi n’aja vìdiri e scrìviri.
Chiancìrti tantu,
nunn’è cosa nova ppi mia:
o vivu o mortu,
cuntu nun mmi n’ha datu mai,
perciò ppi mia
nun cancia assai.

 
Dina Basso (Scordia, 1988), da Uccalamma. Bocca dell’anima (Le Voci della Luna, 2010)

Chi muore prima tra noi due? / Tu, / spero, / ché io sono ancora giovane, / e cose ne devo vedere e scrivere. / Piangerti tanto, / non è cosa nuova per me: / o vivo o morto, / conto non me ne hai mai dato, / perciò per me / non cambia molto.

 

 

Guarda questa bambina / la poesia alle elementari

Guarda questa bambina
che sta imparando a leggere:
tende le labbra, si concentra,
tira su una parola dopo l’altra,
pesca, e la voce fa da canna,
fila, si flette, strappa
guizzanti queste lettere
ora alte nell’aria
luccicanti
al sole della pronuncia.

 

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006)


Io non mi lascio andare, e sempre quella

Io non mi lascio andare, e sempre quella
è la mia domanda:
dimmi, che devo fare?
Ma tu sul fare sei vago,
non è il tuo campo, lo so,
fare si fanno le cose di tutti:
“Faccia l’amore,
faccia e sue cose,
veda gente, si svaghi”,
e torni alla sostanza.

Nel metrò che rigurgita, al ritorno,
come un biglietto usato
butto via la ricetta,
ché nulla mia sgomenta
più di questo richiamo
al mio sesso e all’umano.

Anna Maria Carpi (Milano, 1939), da Compagni corpi. Tutte le poesie 1992-2002 (Scheiwiller, 2004)