Di questa sola immensità degli occhi

Di questa sola immensità degli occhi
non ho potuto dire: mi portava
come un’acqua grande quando cade.
Di questa me stesso che fuori accade,
molto lontano dai nervi
e dalle dita, non ho saputo parlare.

Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), Vanità della mente (Mondadori, 2011)
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Sonnet

All we need is fourteen lines, well, thirteen now,
and after this one just a dozen
to launch a little ship on love’s storm-tossed seas,
then only ten more left like rows of beans.
How easily it goes unless you get Elizabethan
and insist the iambic bongos must be played
and rhymes positioned at the ends of lines,
one for every station of the cross.
But hang on here while we make the turn
into the final six where all will be resolved,
where longing and heartache will find an end,
where Laura will tell Petrarch to put down his pen,
take off those crazy medieval tights,
blowout the lights, and come at last to bed.

 

Billy Collins (New York, 1941), da A vela in solitaria intorno alla stanza (Fazi, 2013)

 

Abbiamo bisogno di quattordici versi, tredici ora,
e dopo questo appena una dozzina
per varare una barchetta sui mari colpiti dalla tempesta d’amore,
Poi ne rimangono ancora solo dieci come file di fagioli.
È facile, se non vuoi fare come gli Elisabettiani
e  insistere che si vedono i bonghi giambici
E mettere le rime alla fine sei versi,
una per ciascuna stazione della croce.
Ma resta qui mentre svoltiamo
negli ultimi sei dove tutto sarà risolto,
Dove i desistere e i mal di cuore troveranno fine,
Dove Laura dirà a Petrarca di deporre la penna,
Di togliersi quelle strambe braghe medievali,
di soffiare sulla candela,e di venire finalmente a letto.


(ventisei giugno duemilasette)

così raro il ballare delle frasche, lo scatto
dei rami tra nebbie composte e ora il vento, che ti porta
vago, estivo; un altro ostracismo, alto, dalle stanze.
friniva e disperata la caduta di ogni sillaba,
i suoi rovesci solo immaginati: il vestito di spumiglia
disappeso nel giorno della partenza, poi
verso l’alba la parola «fine».

Erika Crosara (Vicenza, 1977), da Ius (Anterem Edizioni, 2010)

Il signore del posto era un cacciatore

Il signore del posto era un cacciatore
che non si vedeva mai, solo
gli spari a dire la sua posizione
e le teste mozze di cervi incantati
appese dove si mangia e si beve.
Dicevano fosse un uomo così duro
e magro che pareva fatto di buio,
ma erano leggende e lui era vero
con una famiglia normale.
Una volta andammo a pranzo
nella sala dei cervi
e anche quella cosa delle teste
allora ci parve normale.

Maddalena Lotter (Venezia, 1990), inedito


Ciò che / la poesia alle elementari

Ciò che pesa troppo
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere pietra
o àncora.

 

Adam Zagajewski (Leopoli, 1945), da Dalla vita degli oggetti (Guanda, 2012)


Anno dopo anno il formichiere

Anno dopo anno il formichiere
muore lottando col giaguaro.
Da lontano non diresti la verità
di tanta combustione.
Un abbraccio o un passo figurato
invece, o l’incontro con l’angelo.
Se però vai lì lo vedi e lo sai.
Uno artiglia l’altro che lo morde
qal muso. Si tengono in tensione
e quasi vibrano uno dell’altro
fissati a un punto della vita
uguale dal primo minuto.
Giaguaro e formichiere imprigionati
nella perfetta luce di una sola azione
selvatica, senza sangue né scelta.
Ferocia con ferocia e attorno
nella siepe tra la stipa delle fate
i fiori sanno solo il loro bene.

Antonio Riccardi (Parma, 1962), Acquarama e altre poesie d’amore (Garzanti, 2009)

Inesorabile

Tanto abbiamo imparato
a sterzare col telefonino all’orecchio, già
prima lo facevamo col giornale
sul volante, e poi so
vedere i cartoni vuoti delle pizze in pila
da una finestra in ribalta,
come ti aspettano all’inizio
di una strada, lazzaretto di animali, e forse
ti chiederò un favore: ricorda il secchio del sole, i buchi neri
di briciole d’asfalto, anche
gli stranieri in raccolta
del radicchio coi cassoni, i sorrisi delle cinesi
così lontani dai loro uomini seri
quando fumano la cicca
a mezzogiorno, fuori da una sartoria
sempre aperta,
ricorda questo quando
dal fondo un siero di petrolio
sale verso il celeste e i corpi starnazzano
uguali ai capitelli e alle carcasse.

 

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), inedito