Chi sa se ‘l servirà mai a qualcossa

Chi sa se ‘l servirà mai a qualcossa
tuto sto vin
che vemo bivù fin desso
se i ne darà mai un toco de carta
che ‘l ne diga che semo stai bravi
che vemo fato benon
a tirarse su ste cioche
a sdrondenarse ‘l sarvel
a ingomearse ‘l stomego
a insiminirse i oci
su tuti ‘sti speci
che i vien fora tai biceri
co’ che te ne lassi un goto
sul fondo
a vardarghe drento fisso
sintirse manco rudinasso.

 

Giacomo Sandron (Portogruaro, 1979), da Cossa vustu che te diga (Samuele Editore, 2014)

 

Chissà se servirà mai a qualcosa / tutto questo vino / che abbiamo bevuto fin’ora / se ci daranno mai un pezzo di carta / che dica che siamo stati bravi / che abbiamo fatto bene / a prenderci queste sbronze / a frastornarci il cervello / a nausearci lo stomaco / a rincretinirci gli occhi / dentro tutti questi specchi / che vengono fuori nei bicchieri / quando ne lasci un goccio / sul fondo / a guardarci dentro fisso / sentirsi meno calcinaccio.

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Introduction to poetry

I ask them to take a poem
and hold it up to the light
like a color slide
or press an ear against its hive.
I say drop a mouse into a poem
and watch him probe his way out,
or walk inside the poem’s room
and feel the walls for a light switch.
I want them to waterski
across the surface of a poem
waving at the author’s name on the shore.
But all they want to do
is tie the poem to a chair with rope
and torture a confession out of it.
They begin beating it with a hose
to find out what it really means.
Billy Collins (New York, 1941), da A vela in solitaria intorno alla stanza (Fazi, 2013)

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori

o di premere un orecchio sul suo alveare.

Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,

o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.

Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.

Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.

La  picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.

 

(Traduzione di Franco Nasi)


Mare nostro

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo,
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca
dei naufraghi salvati.
Mare nostro che non sei nei cieli,
all’alba sei colore del frumento,
al tramonto dell’uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Tu sei più giusto della terraferma,
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le vite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio e bacio in fronte
di madre e padre prima di partire.

Erri De Luca


Noi lasciamo / la poesia alle elementari

Noi lasciamo
al mago dei sogni
scegliere
il futuro dei giorni
e svelare
dal suo celeste cappello
colombe e rose
trasformarsi in parole
che pur se ancora
senza suono
travolgono il silenzio
oltre la sera.

(21 settembre 1995)

 

Ludovica Cantarutti (Udine), da Antologia (Samuele Editore, 2009)


Nostra Signora del Disordine

Stiamo sempre a riempire e vuotare scatole
spostare i vestiti negli armadi
portare qualcosa in soffitta o in cantina

così sembra di traslocare di continuo
anche se viviamo nella stessa casa

tu non sei mai soddisfatta e io
non capisco non ti capisco più

abitare non vuol dire
che gli oggetti hanno ognuno il giusto posto
piuttosto
che dovremmo averlo noi

Francesco Tomada (Gorizia, 1966), da Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli, 2014)


Directions

You know the brick path in the back of the house,
the one you see from the kitchen window,
the one that bends around the far end of the garden
where all the yellow primroses are?
And you know how if you leave the path
and walk into the woods you come
to a heap of rocks, probably pushed
down during the horrors of the Ice Age,
and a grove of tall hemlocks, dark green now
against the light-brown fallen leaves?
And farther on, you know
the small footbridge with the broken railing
and if you go beyond the you arrive
at the bottom of sheep’s head hill?
Well, if you start climbing, and you
might have to grab on to a sapling
when the going gets steep,
you will eventually come to a long stone
ridge with a border of pine trees
which is a high as you can go
and a good enough place to stop.

The best time for this is late afternoon
en the sun strobes through
the columns of trees as you are hiking up,
and when you find an agreeable rock
to sit on, you will be able to see
the light pouring down into the woods
and breaking into the shapes and tones
of things and you will hear nothing
but a sprig of a birdsong or leafy
falling of a cone or t through the trees,
and if this is your day you might even
spot a hare or feel the wing-beats of geese
driving overhead toward some destination.

But it is hard to speak of these things
how the voices of light enter the body
and begin to recite their stories
how the earth holds us painfully against
ts breast made of humus and brambles
how we will soon be gone regard
the entities that continue to return
greener than ever, spring water flowing
through a meadow and the shadows of clouds
passing over the hills and the ground
where we stand in the tremble of thought
taking the vast outside into ourselves.

Still, let me know before you set out.
Come knock on my door
and I will walk with you as far as the garden
with one hand on your shoulder.
I will even watch after you and not turn back
to the house until you disappear
into the crowd of maple and ash,
heading up toward the hill,
percing the ground with your stick.

 

Billy Collins (New York, 1941), da A vela, in solitaria intorno alla stanza (Fazi, 2013)

Indicazioni

Hai presente il sentiero di mattoni sul retro della casa,
quello che si vede dalla finestra della cucina,
quello che piega attorno al confine del giardino
dove ci sono tutte le primule gialle?
E hai presente che se lasci il sentiero
e sali dentro al bosco arrivi
a un cumulo di massi, probabilmente spinti
giù durante gli orrori dell’Era Glaciale,
e a un boschetto di alti abeti, ora verde scuro
sullo sfondo degli aghi caduti, marrone chiaro?
E più avanti, hai presente
il piccolo ponte con le assi divelte
e che se lo passi arrivi
ai piedi di quella collina che sembra una testa di pecora?
Be’, se cominci ad arrampicarti,
e potresti aver bisogno di afferrarti a un arbusto
quando la salita si farà ripida,
alla fine giungerai a una lunga cresta
di pietra contornata di pini
che è il punto più alto lì attorno
e un posto ben adatto per fermarsi.

Il momento migliore è il pomeriggio tardi
quando il sole scintilla attraverso
le colonne degli alberi mentre sali,
e quando troverai un masso adatto
per sederti, sarai in grado di vedere
la luce che filtra nel bosco
spezzandosi nelle forme e nei colori
delle cose e non sentirai nulla
se non un accenno di canto d’uccello
o il cadere attutito di una pigna o una noce tra gli alberi,
e se proprio sei fortunata potresti addirittura
vedere una lepre o sentire il battere d’ali delle anatre
che volano sopra di te dirette chissà dove.

Ma è difficile parlare di questo,
di come le voci della luce ti entrano dentro
e iniziano a raccontare le loro storie
di come la terra ci trattiene con dolore
contro il suo petto di humus e rovi
di come noi, che presto spariremo, pensiamo
agli esseri che continuano a tornare
più verdi che mai, all’acqua sorgiva che scorre
attraverso un prato e all’ombra delle nuvole
che passa sulle colline e sul terreno
dove posiamo fremendo nel pensiero
accogliendo dentro noi la vastità lì fuori.

Però fatti sentire prima di avviarti.
Vieni a bussare alla mia porta
e ti accompagnerò fino in fondo al giardino
tenendoti la mano sulla spalla.
Addirittura, guarderò avanti a te e non mi girerò
verso casa fino a quando non sarai sparita
nella folla di aceri e di frassini
diretta verso la collina
mentre segni il terreno con il tuo bastone.

 

(Traduzione di Franco Nasi)


Venti che le primordiali foreste vergini

Venti che le primordiali foreste vergini
sorvolate, al di sopra delle ali dell’albero,
al di sopra della sterpaglia rimasta dell’ultimo deserto
arrivando fino all’alba polverosa,
ora raccolta assieme dentro fogli di carta
che rimangono come unica cosa
di noi, dopo tutto quel lavoro umano,
perché loro ci sopravvivono.
Ecco un foglio che si lamenta
e geme come fosse un ronzio
d’insetti in una notte estiva.
Ecco un foglio che lo stile
dei giorni più gloriosi
tanto tempo fa ha perduto,
ma che ancora non si è esaurito!
Nguyen Chi Trung, da Venti, traduzione di Anna Lombardo, (Samuele Editore, 2014)