E’ l’ora che le barche lievi sfiorano

E’ l’ora che le barche lievi sfiorano
l’acqua come libellule, le ali
trasparenti che vibrano al tramonto,
tornano a casa bianche sopra il mare
color vinaccia. Il cielo nero, cupo,
come un cartone opaco schiaccia l’isola
e vela anche la grotta che da qui
somiglia all’occhio di quel grande pesce
incagliato nel fondo d’acqua bassa.

Si va spegnendo, muore, e domattina
sarà soltanto carne abbandonata
alla putrefazione, gelatina,
un’enorme medusa fra gli scogli
a sciogliersi nel sole del meriggio
mentre i rapaci umani al vecchio pasto
le mangeranno il cuore e l’altre membra,

Allora sui miei occhi cala il pianto
e il mio male si placa sullo sbuffo
di fiori viola che come un balcone
si affaccia sul dirupo sopra il mare,
ed è così in rigoglio, lavorato
dal sole, così ricco – chi l’ha detto
che la natura è semplice? Qui è tutto
complicato e feroce: essere belva
e preda, uomo e donna,
lucertola e formica, vita e morte.

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974 – 2000), (Scheiwiller, 2009)


Dormo qui solo ogni tanto

Dormo qui solo ogni tanto
su questa forma mia di materasso
con un affossamento
allungatosi nel tempo
forma di quello che sarei
fossi rimasta qui per tutto il tempo
a sporcare l’aria di me
lasciare odore nella stanza.
Invece l’aria qui è intatta
liscia e profumata
insieme alle camicie di mia madre,
solo altrove lontano ce l’ho fatta
a fare veri buchi
neri odorosi di presenza.

Mariagiorgia Ulbar (Teramo, 1981) da I fiori dolci e le foglie velenose (Firenze libri, 2012)