E’ l’ora che le barche lievi sfiorano

E’ l’ora che le barche lievi sfiorano
l’acqua come libellule, le ali
trasparenti che vibrano al tramonto,
tornano a casa bianche sopra il mare
color vinaccia. Il cielo nero, cupo,
come un cartone opaco schiaccia l’isola
e vela anche la grotta che da qui
somiglia all’occhio di quel grande pesce
incagliato nel fondo d’acqua bassa.

Si va spegnendo, muore, e domattina
sarà soltanto carne abbandonata
alla putrefazione, gelatina,
un’enorme medusa fra gli scogli
a sciogliersi nel sole del meriggio
mentre i rapaci umani al vecchio pasto
le mangeranno il cuore e l’altre membra,

Allora sui miei occhi cala il pianto
e il mio male si placa sullo sbuffo
di fiori viola che come un balcone
si affaccia sul dirupo sopra il mare,
ed è così in rigoglio, lavorato
dal sole, così ricco – chi l’ha detto
che la natura è semplice? Qui è tutto
complicato e feroce: essere belva
e preda, uomo e donna,
lucertola e formica, vita e morte.

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974 – 2000), (Scheiwiller, 2009)

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