Fili de Pute
Pubblicato: 12 giugno 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Fabio Pusteria Lascia un commentoQuasi illeggibili ormai le parole. Vi si arriva
seguendo crosci d’acqua misteriosi, scale nere
consunte e ad ogni svolta un cunicolo che vaga
nel silenzio di un muro o di una tenebra
analfabeta e muta. Scancellata
dal tempo, l’iscrizione sopravvive solamente
nelle aule scolastiche: le prime
sillabe vere della lingua che parliamo
sono sillabe di scherno e di potere, ordini secchi e ingiurie
di un padrone ai suoi servi, e anche un invito alla tortura
di un uomo troppo clemente e forse santo: «traite,
fili de le pute. Traite!». Ma Gosmario
Albertello e Carvoncelle: chi erano? Che paure o speranze
li agitavano? Possiamo forse immaginarli nelle sere dell’Urbe
piegati di fatica mentre imprecano e cercano
dentro il caldo di giugno un altro caldo
forse di pane o di donna nei dolori
di un tempo senza tempo né futuro, senza ieri o domani
e senza pace o salvezza.
E se mille anni più tardi il vento di un refuso da computer
spazza via una dentale, Albertello, il povero Albertello si trasforma
sulla nitida dispensa in Alberello. «Professore che albero era
questo alberello, poi? Forse una quercia? Una betulla? Un acero?» potrebbero
chiedere allora in buona o cattiva coscienza
legioni di studenti. «Era davvero un alberello, carissimi,
antenato dei vostri genitori e di voi stessi; un alberello
meraviglioso e precario dentro il bosco
della storia di noi tutti, fragilissimo e fiero,
prigioniero innocente o colpevole travolto
dall’incendio dei giorni che divampano
e scompaiono nel vento e si traducono
in un sospetto d’erba e di luce e di prato, in una curva
imprecisa del terreno, e ancora in meno, sapete,
ancora in nulla o quasi nulla, come un sasso,
o un frammento di sasso, o un po’ di polvere
che ondeggia sopra un fiume e poi scompare,
in una cenere spersa, in un velo
di ossa frantumate. Ma Alberello/
Albertello e i suoi amici sgraziati,
figli di buona donna come ogni povero cristo,
miseri schiavi, schiene da frustare, carne
inessenziale e non memorabile, parlavano
come parliamo noi,
nel nostro affannoso dialetto.
Non vi basta a guardarli, cari,
con reverenza ed affetto?»
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), dall’inedito Argéman (lapoesiaelospirito.wordpress.com)
My sister
Pubblicato: 11 giugno 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: JacK Underwood Lascia un commentoTwo summers ago when I was going nuts
I thought my sister’s ghost lived in our garden.
My shoulders felt warm, and I confided.
Let me say she was real, then, as a tongue
you can bite. Let me say I knew she was
very good at hockey, and fun as a tent.
She painted roughly, but well, liked boys
with beards but not sex with boys with beards.
Her hands were the same size as mine.
Her voice seemed unaffected by gravity
and she would often discover herself
holding a table’s attention. She told me
her ideal man was Picasso, and that her
biggest regret was not putting her name
firmly onto living, slipping beneath it
before she was born. And i regret it
in the garden with the dead fireworks,
my face going wet, everything crashed
on this wall, another summer coming on.
Jack Underwood (Norwich, 1984) da Wilderbeast (EDB, 2013)
Mia sorella
Due estati fa mentre stavo impazzendo
pensavo che il fantasma di mia sorella vivesse nel nostro giardino.
Sentivo le spalle calde, e confidavo.
Lasciatemi dire che era reale, come una lingua
che puoi mordere. Lasciatemi dire che era
molto brava a hockey, e divertente come un campeggio.
Dipingeva ruvidamente, ma bene, le piacevano i ragazzi
con la barba ma non il sesso con i ragazzi con la barba.
Le sue mani erano grandi come le mie.
La sua voce sembrava indifferente alla gravità
e si sarebbe spesso scoperta
attirare l’attenzione dell’intera tavolata. Mi raccontava
che il suo uomo ideale era Picasso, e che il suo
più grande rimpianto era non aver messo il suo nome
fermamente dentro la vita, scivolandoci sotto
prima di nascere. E mi rammarico
nel giardino tra fuochi d’artificio esplosi,
la faccia inumidita, ogni cosa infranta
su questa parete, un’altra estate che arriva.



