Pierluigi Cappello consiglia “Vicinato” di Yang Lian
Pubblicato: 25 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Yang Lian 1 CommentoAffidarsi significa prestare fede in qualcosa. E per il poeta che ho scelto è un atto più che mai necessario perché non sono in condizione di dirvi quanto e se siano ingenti le perdite della traduzione. Dunque, per questo autore, sono costretto a prestare fede alla traduttrice, tanto più che egli individua nella refrattarietà alla traduzione il valore di ogni buona poesia. Vi sto parlando di Yang Lian, nato a Berna nel 1955 da una coppia di funzionari d’ambasciata, cresciuto a Pechino, e, da quando ha pubblicamente condannato le scelte repressive del governo cinese dopo i fatti di Piazza Tian’anmen, esule e cittadino del mondo. Ho conosciuto il suo lavoro l’anno scorso, quando ha vinto il premio internazionale Nonino. La poesia che ho scelto è tratta da “Dove si ferma il mare” Scheiwiller, 2004, a quanto ne so l’unica traduzione in volume pubblicata in italia, se si esclude un’antologia Einaudi, in cui è in compagnia di altri protagonisti della poesia cinese contemporanea. A me Yang Lian piace molto perché è capace di unire una visionarietà antichissima e un taglio occidentale, paradossalmente razionale. Ne risultano poesie che sono sogni lucidi, precisi come lo scatto di un otturatore. Eccovene l’ esempio:
Vicinato (4)
una poesia dei vivi è quanto di più vicino ai morti
una possibile tomba nascosta in cielo
come un’impossibile soffitta chiude a chiave nella polvere
un ragno o una mosca
i cadaveri sono scatole intagliate che i fantasmi prenotano per abitarvi
aspettando che la mia mano quando si apre lasci impronte
il topo della scala appena calpestato ritorna in vita
luce risvegliata cent’anni fa
che con stridule grida taglia via l’ombra della fantasia del poeta
una nuvola in piedi sulle tegole
abituata a decomporsi in caviglie grigiastre
declama quanto di più vicino ai vivi
e come reliquie che rovistano fra le mie dita
esibisce la vergogna che ogni uomo dovrebbe sentire
Yang Lian (Berna, 1955), da Dove si ferma il mare (Scheiwiller, 2004)
Milo De Angelis consiglia “La gàbia del leun” di Franco Loi
Pubblicato: 23 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Franco Loi 2 commentiLa gàbia del leun l’era de aria,
de aria la mia mama, quèl cappell,
el brasc del mè papà l’era de aria
sü la mia spalla, i mè man che streng,
e aria el rìd di öcc e duls de aria
de quèla vita ch’ù insugnâ‚ l’azerb.
Eren de aria lur, e mì, chissà,
che sun stâ‚ fermu a vardàj andà.
Franco Loi (Genova, 1930), da da L’aria (Einaudi, 1981)
La gabbia del leone era di aria,
di aria la mia mamma, quel cappello,
il braccio di mio padre era di aria
sulla mia spalla, le mie mani che stringono,
e aria il ridere degli occhi e dolce d’aria
di quella vita di cui ho sognato l’acerbo.
Erano d’aria loro, e io, chissà,
che sono stato fermo a guardarli andare.
Il motivo dell’aria attraversa tutta la poesia di Franco Loi. L’aria lo trasporta nel futuro ignoto oppure nelle ombre del passato, come in questi versi segnati dal respiro dell’infanzia. Ed ecco che vediamo Loi bambino, in un giardino zoologico, con il padre e la madre che lo tengono per mano, come in un’antica foto di famiglia. Tutto è invaso dall’aria. La gabbia del leone, il braccio, il cappello, le mani, gli occhi ridenti, tutto un mondo infantile e carico di promesse che Loi ha sempre cantato con la forza struggente della sua voce. La poesia è cadenzata da quest’aria che avvolge ogni cosa e la porta via, compresi i genitori, rapiti dall’aria e condotti in altri tempi e in altri luoghi. Solo il poeta resta lì, fermo, nel turbine delle presenze amate e le vede scomparire per sempre e dà loro l’ultima possibile parola.
Milo De Angelis



