Non ho mai visto nascere i vitelli
Pubblicato: 18 gennaio 2020 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Francesco Genitoni Lascia un commentoi vitelli di solito nascevano
(e forse ancora nascono) d’inverno
nelle ultime sere di novembre
che pioviggine e nebbia si mangiavano
le facciate di sasso delle case
o in notti sciroccose che la neve
sgocciolava da gronde rugginose
nell’umido calore di letame
della stalla gli uomini seduti
alla luce di paglia di una lampada
macchiettata a pallini dalle mosche
badavano la vacca che faceva
fumavano e parlavano di altro
narravano di cacce e di fandonie
(leggende che giravano i paesi
le favole di quelli da qui indietro)
da un quadretto appiccato sotto un trave
sant’antonio abate che spuntava
tra porcelli una mucca e tre galline
con l’indice e il bastone a benedire
celato dalla polvere e dai ragni
in casa invece stavano le donne
degli uomini seduti nella stalla
filavano cucivano parlavano
tacevano tossivano sparlavano
sgusciavano mondine o aspettavano
che le castagne cuocessero in tegami
con l’acqua rugginosa che bolliva
su stufe che pestavano la neve
e i fusi che prillavano veloci
i ferri ingarbugliavano solette
grigiastre per scarponi che pestavano
la neve la mattina: uccellatori
i bambini seduti sulla panca
cotti dal caldo radiato dalla ghisa
torturavano quelli più piccini
sbadigliavano in versi già da grandi
sputacchiavano castagne mezze crude
guardavano i discorsi delle donne
poi appariva un bambino per ripicca
fermo sull’uscio con la maniglia in mano
annunciava che adesso lui andava
da solo a vedere nella stalla
la Brusca che faceva il vitellino
protestava attento senza voce
ritornando sconfittovincitore
a sedere sulla panca che additava
la mano minacciosa della mamma
non ho mai visto nascere i vitelli
in quelle notti di neve sciroccosa o
nelle ultime sere di novembre
non ho aperto la porta che era chiusa
sono restato in casa sempre tra la
stufa le donne i vecchi e i bambini
avrei mai visto nascere i vitelli?
siam diventati grandi troppo tardi
lontani dalle mucche e dalle stalle
per questo questa notte che t’ho visto
lottare con le angustie della vita
per poi sbucare piccolo esserino
omettino che urla collegato
all’argenteo filo ombelicale
per questo questo giorno che ti vedo
(quattro e quarantanove del mattino
ottobre diciannove ottantaquattro)
strillare alla bilancia della vita
di iniziare a pesare il tuo destino
il bambino seduto sulla panca
con la faccia strinata dalla stufa
sorride risarcito di quel torto
perché ti vede sbucare finalmente
cavato a volo fuori tra le gambe
divaricate della mamma mucca
enricovitellinoenricofiglio
Francesco Genitoni (Vetto, 1951), da Da una vita frammentaria (Incontri Editrice, 2009)
-consigliato da Emilio Rentocchini
Prova a cantare il mondo storpiato
Pubblicato: 17 gennaio 2020 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Adam Zagajevski 1 CommentoProva a cantare il mondo storpiato.
Ricorda di giugno le lunghe giornate
e le fragole, le gocce di vin rosé,
e le ortiche implacabili a coprire
le dimore lasciate dagli esuli.
Devi cantare questo mondo storpiato.
Hai visto navi e yacht eleganti
Alcuni dinanzi avevano un lungo viaggio,
ad attendere altri era solo il nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare da nessuna parte,
hai sentito cantare di gioia i carnefici.
Dovresti cantare il mondo storpiato.
Ricorda quegli attimi in cui eravate insieme
e la tenda si mosse nella stanza bianca.
Torna col pensiero al concerto, quando esplose la musica.
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco
e le foglie roteavano sulle cicatrici della terra.
Canta il mondo storpiato
e la penna grigia perduta dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.
Adam Zagaiewski (Leopoli, 1945), da Prova a cantare il mondo storpiato (Interlinea, 2019)
Traduzione di Valentina Parisi
Spróbuj opiewać okaleczony świat
Spróbuj opiewać okaleczony świat.
Pamiętaj o długich dniach czerwca
i o poziomkach, kroplach wina rosé.
O pokrzywach, które metodycznie zarastały
opuszczone domostwa wygnanych.
Musisz opiewać okaleczony świat.
Patrzyłeś na eleganckie jachty i okręty;
jeden z nich miał przed sobą długą podróż,
na inny czekała tylko słona nicość.
Widziałeś uchodźców, którzy szli donikąd,
słyszałeś oprawców, którzy radośnie śpiewali.
Powinieneś opiewać okaleczony świat.
Pamiętaj o chwilach, kiedy byliście razem
w białym pokoju i firanka poruszyła się.
Wróć myślą do koncertu, kiedy wybuchła muzyka.
Jesienią zbierałeś żołędzie w parku
a liście wirowały nad bliznami ziemi.
Opiewaj okaleczony świat
i szare piórko, zgubione przez drozda,
i delikatne światło, które błądzi i znika
i powraca.
Adam Zagajewski, da Wiersze wybrane (Wydawnictwo a5, Kraków, 2010)



