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E siano i versi

“L’impoetico: raccontalo a lampi.
Nomina le nuove impercepite
cose del mondo in cui ora siamo
immersi. E siano i versi

attenti al comune, alla prosa,
che servi. E all’arso
cicalio delle stampanti, poi che canto
è forza di memoria e sentimento

e oggi nient’altro che il frammento
sembra ci sia dato per istanti,
tu pure tentalo, se puoi, come tanti
durando un poco oltre quel vento…

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953), da Congedo della vecchia Olivetti (Einaudi, 1997)

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Ognuno di noi è una riva a cui

Ognuno di noi è una riva a cui
vengono le immagini del mondo. Siamo
un mare su cui sciacqua un altro mare

che ci si viene a rompere in fronte, quando
guardiamo fuori, non meno di quando
guardiamo dentro noi stessi. Pure,

a catene di immagini dovremmo sapere
rispondere con schiere di frasi. Invece,
eccoci qui dietro le cose, che ci trascorrono

davanti, più che a nomi a lampi, come
le creature riprese e disintegrate di qualche
esplosione convenzionale, senza che tu le sappia

decifrare. Come dopo Auschwitz, dopo
Hiroshima. Banco di prova d’ogni
prosa, d’ogni rima e lima.

Le immagini ci sono, ma le opere,
le parole, le dobbiamo fare.

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953), da Sulla riva dell’epoca (Einaudi, 2000)


Passaggi, III

Improvviso, mi libero del padre e della madre:
della mia vita tutta.
Così si trema avvolte nella schiena
Per tutta la giornata.
Così non si dirà la nostra povertà di cose
Guardate di sfuggita, di alberi, di pesche, di ginestre,
del mare la scia dell’acqua e della valle
le bilance sul Foglia grigio di melma…
mai si dirà la nostra ansia dell’oggetto,
del guardare le cose con parole
così attenti alle parole del linguaggio
da scordare
la brocca d’acqua fresca sulle scale,
le bocche dei fanciulli nelle viole,
i granchi di luna affumicati nel fuoco,
nella brace nera della notte,
della nostra ora!

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953), Non per chi va (Savelli, 1980)