l’albero cavo, e le vocali

l’albero cavo, e le vocali
che in quel buio vi si sono annidate;
e le date percorse da radici,
il varco ostruito dalle ortiche.

Forse sarà nelle pozzanghere
il nostro più nitido riflesso,
anche se un rigagnolo, ora,
dissangua anche quest’ultima possibilità

ma i detriti che calpestiamo
cinguettano e gli uccelli cadono
dai rami come cachi sfatti

non resta che erigere un recinto d’amore,
non resta che stare aggrappati al silenzio,
troncare ogni rapporto col tempo
e poi portare dell’acqua con le mani

lasciare che un nome si depositi altrove
e che in quell’altrove trovi la sua quiete.

Fabio Franzin (Milano, 1963), da Il groviglio delle virgole (Stamperia dell’arancio, 2005)

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Diventa irridente la memoria

Diventa irridente la memoria
senza tempo né storia.

Il pensiero scuro e scaltro emigra
verso il mondo di apparenza.

È come quando si scende in acqua
dove non si tocca per recuperare
illusione di vita.

Tiziano Broggiato (Vicenza, 1953) da Preparazione alla pioggia (Italic, 2015)


epoca del toro

mangia i funghi, dimentica,
dimentica
sillaba per sillaba di lingua,
quello che è lei,
quello che viene
dal dentro della scatola,
ti calpestano i tori
bianchissimi, e te ne andrai
cavalcando un toro

spiriti animali
in ogni tua apparecchiatura,
spirito animale
è la card, registra
ogni tuo mondo,
adesso sai
parlare con la scatola

dorso del toro, tienti
con le mani nel
traversare il mare,
ti leva il toro più rapidamente
di ogni lingua e movimento
umano

e il toro è colore
della scatola è servitore
di lei, saprà
la strada indietro ti
segnerà con uno squarcio
nella coscia ti
sbaverà saliva

addosso (dorso nero
del toro che copre
l’orizzonte nero) sei
coperto dalle zampe,
fanno
fondamenta di città

qui ti fermi, qui
ha deciso il toro, da qui
il tuo viaggio
riprenderà più tardi

stanotte dormi
sotto una yurta e nel fiato
del toro, hai
protezione,
totem

ti mettono a mangiare
erba da un quadrato di plastica,
dove cresce sempre erba

stanno ai tamburi,
di notte sei chiuso nella scatola – lei
e non vedi che buio

non è più la scatola
ma mentre dormi ti sembra,
sei compreso
nel buio,
nella forma del toro

il toro è mondo,
bestia fatta mondo,
ti rovescerai tra le
sue zampe nere

o toro bianco contro
questo toro, è
guerra

Laura Pugno (Roma, 1970), da il colore oro (Le Lettere, 2007)

 


Le parole

Annodammo la nostra infanzia ai capelli delle nuvole
e non fu la pioggia, fummo la pioggia;

la mano dell’uomo ci sradicò dall’aria
e lungo i canyon della nostra pelle
attecchì il pensiero;

le nuvole furono scrittura,
la nostra voce un nodo sciolto,
noi da una parte, da un’altra parte il cielo.

Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 1967), da Stato di quiete (Rizzoli, 2016)


La giovinezza è ancora

La giovinezza è ancora
passare sul Gianicolo di notte
sopra i profili incerti
di occhiali rotti e solo un occhio buono.
Ma in cima sono strade
sconosciute
svolte sbagliate curve e giro a vuoto.
Le macchine affiancate
sono cattivi presagi troppa luce.
E la mia mente è liscia come una fontana
sopra la quale passano i ricordi
le sensazioni appena
vissute e già passate –
dove vorrei tempesta è la bonaccia
e uniti, come è giusto,
paura e desiderio.

Carlo Carabba (Roma, 1980), da Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011)


Dovevo avere vent’anni

Dovevo avere vent’anni
per essere l’animale
che va a nascondersi nel tuo petto
come i cani che vanno a morire
in stanze appartate.

Tu dovevi. Avresti dovuto.
Dovevi.

Martina Abbondanza (Cesena, 1993), da Il giorno tutto (Ladolfi, 2016)


Dovrei proteggerti dal vento

Dovrei proteggerti dal vento
e standoti a ruota impedire
che ti volga indietro temendo
attacchi in salita. Ma il peso
di questi tornanti confonde
il verso dell’aria e la media
della pendenza; cercando l’arrivo
lo sguardo trova la partenza
lasciando per la strada statue di sale.

Mi sento io ogni volta a peccare:
scortarti tenendo il tuo passo,
frenare l’acido fino allo scatto
promesso; piantarmi dopo,
darti ancora un momento
finché non sia ampio il vuoto alle spalle.
E quando sia ampio aspettare da solo
il resto che sale dal fondo,
come il fumo di una fornace.

Sebastiano Gatto (Mestre, 1975), da Horse Category (Il Ponte del Sale, 2009)